Voto farsa
In un seggio dell’Est del paese si vedono dei funzionari che compilano le schede e le mettono nell’urna. La prova dei brogli che gli osservatori internazionali e della società civile locale vanno denunciando da giorni.

La tecnologia smaschera, anche in un regime dal rigido controllo sociale come è il Sudan, i trucchi più semplici di una finta democrazia. Come, ad esempio, camuffare il voto. Il video amatoriale che pubblichiamo riprende un seggio dell’ Est Sudan e rappresenta la prova testimoniale dei brogli, delle irregolarità denunciati da giorni dagli osservatori internazionali indipendenti e dai gruppi della società civile sudanese, che hanno ancora il fiato di alzare la voce contro gli abusi elettorali. Anche se la Commissione nazionale elettorale si è subito affrettata a giudicarlo un falso.

 

Il video, probabilmente ripreso con un cellulare, è ambientato in uno dei 10 mila seggi sparsi nel paese. Probabilmente si tratta di una sezione nella zona di Port Sudan o di Kassala, al confine con l’Eritrea, perché i signori che s’aggirano al suo interno hanno il gilet nero tipico del modo di vestire beja, (l’etnia prevalente di quell’area). Queste persone, senza sapere di essere riprese e incuranti dell’illegalità del loro gesto, dopo aver compilato delle schede elettorali le ripongono nell’urna. Che, alla fine, viene pure scossa, affinché le schede si rimescolino bene tra loro. 

Elezioni in Sudan - vignetta di Gado

 

Ovviamente non si sa che cosa abbiano scritto nei moduli. Di certo c’è che sembra scontato l’esito delle elezioni, le prime dopo 24 anni di regime islamista, avvenute tra l’11 e il 15 aprile. Dopo il ritiro dei principali candidati dell’opposizione, il presidente Omar Hassan El-Bashir del Partito del congresso nazionale (Pcn) s’avvia a un trionfo personale. Trionfo che lo legittimerebbe al vertice dello stato dopo il colpo di stato del 1989.

 

Gli osservatori dell’Unione europea, del Centro Carter (il più impegnato da anni a Khartoum) e, in queste ore, anche quelli degli Stati Uniti hanno definito lo spoglio «non libero e non equo». La Russia ha usato toni ironici nel definire questa tornata elettorale: l’ha descritta «equa in base agli standard africani».

 

Ma i commenti euforici dell’Unione africana e della Lega araba non possono cancellare le preoccupazioni che si stagliano all’orizzonte. Oggi il Movimento per la liberazione del Sudan (Splm) –  che ha ritirato il suo candidato Yasser Arman dalla corsa per le presidenziali – ha rivelato che Khartoum ha tentato di condizionare il voto nello stato del Blu Nile (al confine tra il nord e il sud del paese) con una massiccia presenza di truppe.

 

Non è campato per aria il timore che l’incendio possa all’improvviso scoppiare di nuovo nel paese più grande d’Africa, che ha chiuso nel 2005 una guerra di oltre 40 anni tra nord e sud. Nel gennaio del 2011 dovrebbero svolgersi due referendum: uno per l’autodeterminazione o meno del sud e uno per decidere se il distretto di Abyei deve rimanere con il nord o andare con il sud. Khartoum e il suo regime hanno poco più di 9 mesi per sabotarli. E in aiuto di El-Bashir è arrivata anche la dichiarazione del suo nemico storico, il presidente del Ciad Idriss Déby, che ha giudicato «catastrofica per la regione» l’eventuale nascita di uno stato del sud.

 

In questo quadro poco idilliaco s’innestano notizie ancor più drammatiche. Le Nazioni Unite, infatti, riferiscono che sarebbero almeno centomila le persone prive da settimane degli aiuti alimentari nella zona montuosa del Jabel Marra, in Darfur. L’area più ostile a Khartoum e dove non si è votato. Il coordinatore degli aiuti Onu in Sudan ha detto che le operazioni umanitarie sono sospese da alcune settimane, a causa delle tensioni tra reparti dell’esercito di Khartoum e formazioni ribelli. L’Onu è preoccupata soprattutto per l’avvicinarsi della stagione secca, il periodo dell’anno in cui la scarsità d’acqua è massima.