Tensione alta nel paese
Si sviluppa in un clima di crescente nervosismo la trattativa tra militari e opposizioni per la formazione di un governo provvisorio che porti il paese fuori dallo stallo politico ed economico seguito alla deposizione del presidente. Una situazione critica e facilmente manipolabile da chi osteggia il passaggio ad un governo civile.

Nella giornata in cui si aspettava la dichiarazione sull’accordo finale tra il Consiglio militare provvisorio (Tmc) e l’opposizione delle forze della Dichiarazione per la libertà e il cambiamento (Dfcf) sulla governance transitoria del paese, è invece arrivata la sospensione delle trattative per tre giorni imposta dai militari. La comunicazione è stata letta ieri dal capo della giunta in persona, il generale Abdel Fattah al-Burhan e non dal solito portavoce, a segnare la pregnanza politica della comunicazione.

La decisione, almeno pubblicamente, è motivata dal fatto che l’opposizione continua a presidiare la zona del quartier generale dell’esercito a Khartoum e a difendersi con barricate, rafforzate e moltiplicate dopo che, nello scorso fine settimana, le forze di sicurezza avevano tentato di disperdere l’assembramento con la forza. Gli scontri più gravi si sono avuti la sera del 13 maggio dopo la prima dichiarazione congiunta che un accordo era vicino e hanno provocato almeno sei morti e numerosi feriti, alcuni in prognosi riservata.

La giunta militare nega ogni responsabilità. Afferma che gli spari ad altezza d’uomo venivano da infiltrati tra i dimostranti, forse vicini al passato regime, che si oppongono alla transizione in atto. Ma i dimostranti testimoniano unanimemente che i colpi sono stati sparati da uomini con la divisa a bordo di veicoli militari delle Rapid support forces (Rsf), comandate dal vicepresidente della giunta militare, conosciuto con il soprannome di Hemmeti.

Le Rsf, diretta evoluzione dei janjaweed che hanno messo a ferro e fuoco il Darfur per conto del governo del presidente Omar al-Bashir, ora deposto, sono conosciute nel paese per l’efferatezza la spregiudicatezza del loro agire.

L’uso della forza contro dimostrazioni pacifiche e le nuove vittime innocenti hanno incendiato gli animi. Così le manifestazioni di protesta si sono diffuse in altre zone della capitale e in altre città del paese. L’opposizione ha chiesto di concentrare il presidio davanti al quartier generale dell’esercito a Khartoum ma ha anche raccomandato di resistere, intanto che si preparano azioni di disobbedienza civile e di sciopero.  

Alto rischio di manipolazioni

La situazione è critica e facilmente manipolabile da chi non ha nessun interesse al passaggio dei poteri ad un governo civile. Sembra di capire che costoro contino sul passar del tempo, sull’esasperazione degli animi e su una conseguente possibile escalation dei disordini per una “normalizzazione” della situazione, se necessario manu militari.

L’economia del paese, già in condizioni critiche durante gli ultimi mesi del passato regime, ha risentito dello stallo nella transizione del potere. Il valore della sterlina sudanese continua a scendere nei confronti del dollaro mentre i beni di prima necessità scarseggiano sempre di più. Questo non gioca a favore della giunta militare. Molti sudanesi dicono apertamente che nulla è cambiato con la caduta di al-Bashir e si dicono per niente disposti ad accontentarsi del cambio di facce che portano le stesse casacche e aggravano la crisi del paese.

In gioco questioni primarie

Le trattive per la governance provvisoria tra il Tmc e le Dfcf avvengono in questo contesto di crescenti tensioni e pressioni. Un sospiro di sollievo si era avuto alla dichiarazione congiunta dei primi accordi riguardanti il periodo transitorio, che sarà di tre anni, e la composizione dell’assemblea legislativa, che sarà formata per due terzi da rappresentanti delle Dfcf e per un terzo da altre forze politiche.

I primi sei mesi del periodo transitorio dovrebbero servire per la pacificazione del paese, firmando accordi con i movimenti armati ancora attivi in Darfur, sui Monti Nuba e nello stato del Nilo Blu. Intanto però, la giunta ha deciso di confermare la pena di morte per Malik Aggar e Yassir Arman, due leader del più importante dei movimenti di opposizione armata, l’Splm-N.

È una decisione in palese contraddizione con quanto deciso per la pacificazione. Si deve tener conto anche che i movimenti di opposizione armata da tempo hanno formato una coalizione, il Sudan revolutionary front (Srf), che aderisce alla rete Sudan Call, a sua volta firmataria del manifesto delle Dfcf, e dunque componente a pieno titolo dell’opposizione che sta conducendo le trattative con la giunta militare.

Per quanto riguarda le istituzioni del periodo transitorio, sono ancora in discussione alcune questioni tutt’altro che secondarie. Le più importanti riguardano la composizione e le competenze del Consiglio sovrano. La giunta militare chiede di averne la direzione e vorrebbe che fosse l’organo di governo effettivo del paese.

L’opposizione chiede ovviamente che i militari abbiano una rappresentanza minoritaria e che i poteri del Consiglio sovrano siano ridotti. Il potere esecutivo dovrebbe essere di competenza di un governo tecnico, pare nominato dall’opposizione, i cui rapporti con il Consiglio sovrano sarebbero ancora in discussione.
È chiaro che il futuro del paese si gioca su questi punti, sempre che si arrivi a discuterli.