Sudan

Il presidente sudanese Omar Hassan al-Bashir ha promulgato ieri altri decreti nell’ambito dello stato d’emergenza proclamato venerdì scorso dopo due mesi di contestazioni popolari.

Con le nuove disposizioni vengono bandite dimostrazioni pubbliche, assemblee, riunioni non autorizzate, la pubblicazione di notizie non gradite “che potrebbero minare l’ordine costituzionale”, scioperi e interruzioni di servizi pubblici.

Insomma tutto quanto riguarda la libertà di opinione, di stampa, di riunione, di espressione del proprio dissenso per l’operato del governo. Tutti diritti garantiti dalla costituzione del paese. Chi sarà ritenuto colpevole di non aver rispettato lo stato d’emergenza potrà essere condannato a 10 anni di carcere.

Viene inoltre dato alle forze di sicurezza il diritto di perquisire case e uffici, limitare la libertà di movimento di persone e mezzi di trasporto, e di sequestrare beni personali.

La direttrice di Amnesty International per l’Africa orientale, Joan Nyanyuki, ha dichiarato di considerare lo stato d’emergenza e le disposizioni relative un modo per dare un quadro di riferimento apparentemente “legale” all’aumento della repressione.

In un comunicato pubblicato oggi, l’International crisis group (Icg), dice che, con la proclamazione dello stato di emergenza, il regime ha scelto lo scontro con l’opposizione.

Il timore espresso da diversi osservatori è che si possano verificare modalità di repressione simili a quelle usate nel 2013, quando in pochi giorni ci furono oltre 300 morti nelle strade di Khartoum, in cui erano state schierate come forze di sicurezza le famigerate milizie note come Rapid support forces. (Sudan Tribune / Icg)

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