Manifesti elettorali nelle strade di Abidjan (Credit: afriqueconfidentielle.com)

A dieci anni esatti dalla crisi politica seguita alle presidenziali che portarono all’investitura di Alassane Ouattara e all’arresto di Laurent Gbagbo, che ha sempre contestato la proclamazione del suo rivale alla presidenza, lo spettro della guerra civile aleggia nuovamente sul paese. Nel 2010-2011 le vittime furono circa 3.000.

Molti cittadini ivoriani non hanno accolto affatto bene la decisione di Ouattara di ripresentarsi per un terzo mandato. In realtà lui aveva già deciso di rinunciare a favore del suo delfino, e primo ministro, Amadou Gon Coulibaly. La morte improvvisa di quest’ultimo gli ha fatto cambiare idea. Dimostrazione, tra l’altro, di quanto avrebbe comunque continuato a influenzare le scelte politiche del paese.

Ouattara si appella ad un discorso alquanto ambiguo per giustificare il passo indietro rispetto alla promessa di non ricandidarsi, ovvero il fatto che con la riforma costituzionale del 2016, e quindi l’adozione di una nuova legge fondamentale, il suo sarebbe, in realtà, il primo mandato della Terza repubblica ivoriana. Atteggiamenti che hanno mandato su tutte le furie non solo i suoi storici oppositori ma moltissimi cittadini comuni.

Gli effetti si stanno facendo sentire già da mesi. Le violenze scoppiate a partire dal giorno dopo l’annuncio della ricandidatura del presidente uscente, che hanno già fatto almeno 14 morti (secondo fonti interne sarebbero invece una trentina) e centinaia di feriti; e poi gli appelli dell’opposizione a boicottare le elezioni. Eppure Ouattara sembra sordo e muto, persino alle sollecitazioni di Emmanuel Macron.

Anche da lui è arrivato l’invito a rinviare le elezioni in programma il 31 ottobre. Il presidente francese è sempre stato alleato di Ouattara ma ovviamente teme di coinvolgere nuovamente la Francia così come avvenne nei giorni del conflitto civile iniziato dopo le elezioni del 2010. Furono i soldati francesi, infatti, ad arrestare Laurent Gbagbo, che rifiutava la sconfitta, liberando così la strada a Ouattara.

Ma il presidente ivoriano – ripetiamo – non mostra nessuna intenzione di tornare sui propri passi. Anzi – in un colloquio di qualche giorno fa con Macron – ha sminuito la crisi in corso nel paese parlando di situazione sotto controllo. In realtà i nemici di Ouattara hanno le armi affilate.

A cominciare dal candidato dell’opposizione Kodian Bédié, per due volte capo dello stato e destituito con un golpe nel 1999. A capo del Pdci (Partito democratico della Costa d’Avorio) Bédié si sta rivelando un osso duro. «Questo paese non è un regno» ha detto, criticando aspramente la candidatura al terzo mandato e invitando alla disobbedienza civile.

Altra spina nel fianco – una volta amico – di Ouattara, è Guillaume Soro, ex presidente dell’Assemblea nazionale ma ora rifugiatosi in Francia per sfuggire all’arresto con l’accusa di sottrazione di fondi pubblici. Manovre politiche, secondo alcuni. Restano comunque in carcere 15 persone dell’entourage di Soro. “Despota” e “dittatore” sono solo alcuni dei termini con cui oggi l’ex presidente dell’Assemblea ivoriana, si riferisce a Ouattara.

Infine, l’avversario storico, Laurent Gbagbo, che a seguito della crisi del 2010-2011 ha affrontato la Corte penale internazionale con l’accusa di crimini contro l’umanità, ma è stato poi rilasciato nel 2019. Oggi Gbagbo lotta anche per il diritto di votare nel suo paese. Interdizione che è stata contestata dalla Corte africana dei diritti umani, che ha chiesto allo stato ivoriano di “rimuovere immediatamente tutti gli ostacoli che impediscono a Gbagbo di essere sul registro nazionale dei votanti”.

E a far ben comprendere il clima di tensione che esiste nel paese c’è l’intervista in esclusiva rilasciata a France 24 il 1° ottobre da Simone Gbagbo, moglie dell’ex presidente e vicepresidente del Fronte popolare ivoriano. Anche per lei l’esperienza del carcere, nove anni, fino all’amnistia.

L’esponente politico ribadisce che la terza candidatura di Ouattara è incostituzionale, afferma che Gbagbo ha il diritto di tornare nel suo paese (al momento, dopo il pronunciamento della Cpi si trova in libertà condizionata in Belgio), e dice chiaramente: «non solo Ouattara mette in pericolo la democrazia e lo stato di diritto, ma calpesta la Costituzione. Le sue reazioni sono molto brutali e questo non è tollerabile. Il mio partito ha le stesse posizioni di quelle di Bédié e Soro. Abbiamo formato un fronte unito dell’opposizione che dice la stessa cosa: non possiamo andare alle elezioni nelle condizioni attuali».

Gli oppositori di Ouattara chiedono che ritiri la sua candidatura e affermano, continua Simone Gbagbo, che «non ci saranno elezioni, finché le condizioni attuali non saranno cambiate». L’ex first lady sembra aver parlato dunque anche a nome, non solo di Bédié, ma anche degli altri due candidati: Pascal Affi N’Guessan, ex primo ministro, oggi leader ufficiale dell’Fpi (Fronte popolare ivoriano), il partito fondato da Gbagbo e Kouadio Konan Bertin, candidato indipendente.

È dal 1994 (l’anno prima era morto il primo presidente della Costa d’Avorio indipendente, Félix Houphouët-Boigny) che il paese alterna periodi di relativa tranquillità a violenze e anni di guerra civile, a causa dei contrasti tra i tre principali partiti (e i loro sostenitori) che si contendono il potere. C’è ancora tempo per evitare il peggio che, viste le condizioni, non è solo un’ipotesi.

Ouattara rimane al momento rigido sulle sue posizioni, nonostante gli avvertimenti non solo dell’amico Macron, ma anche di rilevanti esponenti del mondo politico, accademico e della società civile africana. Un rinvio delle elezioni – secondo le norme costituzionali – non dovrà andare oltre il 13 dicembre di quest’anno, data in cui il nuovo presidente dovrà prestare giuramento per evitare un vuoto di potere.

Rinvio che, seppur breve, avrebbe lo scopo di riportare il dialogo al centro. La diplomazia africana – dicono gli esperti – è oggi la parte deputata a risolvere questioni di questo genere, evitando ingerenze occidentali che, come si sa, hanno spesso lasciato i paesi in crisi in condizioni ancora peggiori.

L’Africa occidentale – già in pericolo per l’instabilità dell’area del Sahel – non ha bisogno di un ulteriore declino della democrazia. Ma al momento sembra che nessuno riesca a far ragionare Ouattara e a fargli ammettere che il rischio di una guerra civile nel paese che vorrebbe ancora rappresentare è molto alto.