Ricerca e prevenzione
Non sono solo i pipistrelli a diffondere il virus. Tra i potenziali vettori delle malattia anche animali che vengono cacciati: primati, ungulati, roditori, civette. Lo sostiene un recente studio. L’ultima grave epidemia ha interessato nel 2014 Guinea, Liberia e Sierra Leone. Migliaia le vittime.

La rivista scientifica Mammal ha pubblicato un nuovo studio sulle modalità di trasmissione dell’ebola confutando la convinzione per cui l’ospite naturale del virus, cioè l’animale che detiene naturalmente l’infezione e costituisce la fonte primaria della diffusione della malattia, sarebbe riconducibile a tre specie di pipistrelli della frutta: ypsignathus monstrosus, Epomops franqueti e Myonycteris torquata, tutti appartenenti alla famiglia delle Pteropodidae.

L’indagine è stata condotta da gruppo di ricercatori guidato da John Fa e Robert Nasi del Centro per la ricerca internazionale in silvicoltura (Cifor), insieme a Jesus Olivero e altri studiosi dell’Università di Malaga, che si sono avvalsi della collaborazione del virologo statunitense Jean Paul Gonzalez e dell’epidemiologo Andrew Cunningham della Società zoologica di Londra.

Secondo tutti questi studiosi, il virus può essere ospitato in un numero di specie di gran lunga superiore ai tre gruppi di pipistrelli sopra indicati. Il team di ricerca produce un elenco di oltre sessanta specie di animali segnalati come potenziali vettori della malattia, tra cui figurano roditori, primati, ungulati, civette e topi ragno.

La scoperta completa quanto altri studi avevano concluso in precedenza, vale a dire che la caccia e la macellazione di carne di animali selvatici, consumata abitualmente in Africa, comportano un alto rischio di trasmissione.

Tuttavia, la ricerca sostiene che imporre un divieto generale della caccia agli animali selvatici e al consumo della loro carne non costituisce una misura valida, poiché nessuno dei due impedimenti potrebbe distruggere tutte le specie indicate come sospetti serbatoi del virus.

Per fermare la diffusione dell’infezione dagli animali all’uomo sarà invece fondamentale tenere sotto controllo i cacciatori e le comunità a rischio. Come sarà estremamente importante sviluppare ulteriori ricerche sulle comunità di animali identificati nello studio, allo scopo di stabilire come i loro habitat siano stati influenzati dalle attività umane legate all’uso del suolo, come la deforestazione, le scorrette pratiche agricole e l’urbanizzazione.

Lo studio è stato condotto utilizzando per la prima volta tecniche biogeografiche, che hanno consentito di realizzare una mappa dettagliata dei potenziali focolai di Ebola nel continente africano.

Grazie al ricorso a questo metodo innovativo, gli scienziati hanno stabilito che le condizioni favorevoli per la diffusione di ebola interessano ben 17 paesi, che si estendono da ovest ad est dell’Africa, a partire dalla Guinea fino alla regione orientale dei Grandi Laghi. Importante evidenziare che le aree coperte dalla foresta pluviale tropicale mostrano una maggiore criticità nella propagazione del virus rispetto alle aree a sud del fiume Congo.

Gli studiosi concludono che le informazioni contenute nella ricerca saranno essenziali per sviluppare sistemi di allerta rapida in grado di ottimizzare l’efficacia delle misure di prevenzione e contrasto di future epidemie.