Manifestazione del 17 ottobre / I comboniani c’erano
Sabato scorso, in decine di migliaia a Roma per arginare xenofobia e discriminazione. E per ribadire che il reato di clandestinità è insensato. In piazza anche tante realtà cattoliche.

 

Forse a Roma sabato non raggiungevamo i 200.000 dichiarati con euforia dagli organizzatori, ma non eravamo lontani da quel numero. Gli immigrati, giunti in decine di migliaia da tutta Italia con ogni mezzo, sono stati i veri protagonisti della imponente manifestazione antirazzista che ha attraversato sabato pomeriggio, 17 ottobre, le strade della capitale.

 

Contento di trovarmi in una marea di volti africani, mi apro un varco nella folla dove intravedo Giorgio Poletti, missionario comboniano ben conosciuto dalla comunità immigrata di Castel Volturno (Caserta), teatro lo scorso anno della tragica vicenda dei 7 giovani ghanesi giustiziati senza pietà dal clan dei camorristi Casalesi. Padre Giorgio, tra gli organizzatori della manifestazione, esprime la sua soddisfazione: «La nostra voce si sta alzando forte, il futuro dell’Italia non potrà che essere multicolore». Giorgio siede su uno sgangherato pulmino rosso ancora in grado di trasportare lui e gli amici africani, con le provviste per i giorni di “picchettaggio” nei quali proseguiranno la campagna di sensibilizzazione antirazzista dopo la manifestazione.

 

Soltanto una pecca nella straordinaria festa di colori, musica e danza in cui si snoda il corteo: mescolati alle decine di migliaia di volti neri poche facce bianche, rarissimi volti asiatici e latino americani, quasi che l’onda antirazzista riguardi l’Africa e sia esclusivamente un fatto di “colore”. L’intento del “Comitato 17 ottobre”, e delle 400 associazioni di matrice laica e cattolica che hanno aderito alla manifestazione, era invece di coinvolgere tutti coloro che sono vittime di qualsiasi tipo di discriminazione e violazione di diritti, era di urlare uniti, bianchi, gialli, neri, abbronzati… contro la xenofobia e il razzismo strisciante che stanno conquistando l’anima degli italiani e contro il decreto  sicurezza che ha introdotto il reato di clandestinità, prolungando la detenzione nei famigerati centri di espulsione. Una politica cieca che fa male non solo agli immigrati dall’Africa vittime dei respingimenti in Libia ma anche ai milioni che, provenenti da tutti i continenti, già vivono da anni in Italia contribuendo all’economia del paese pur senza riconoscimento. Una politica che fa male anche agli italiani.

 

Un momento della manifestazione

«Immaginate se fossero qui le centinaia di migliaia di immigrati dall’est Europa, dall’Asia e dall’America Latina che spettacolo sarebbe…», dicevo agli amici con cui sfilavamo in corteo. Abbiamo voluto esserci come missionari comboniani, in questi giorni a Roma per il Capitolo generale, per dare un segno concreto della nostra scelta di condividere la sorte dei milioni di profughi, rifugiati, esiliati, diseredati e vittime di guerra e oppressione di tutti i continenti dove lavoriamo. Bello l’incontro casuale, nell’innumerevole folla dei manifestanti, con i Laici missionari comboniani giunti da Palermo a testimoniare con un loro striscione, con aderenti dei Beati i Costruttori di Pace e con i giovani del Gim di Padova, arrivati con un treno speciale sotto bandiere che leggevano “Veneto Libero dal razzismo e dalla paura”.

 

Gli slogan hanno espresso con creatività il senso della marcia da piazza della Repubblica fino alla Bocca della Verità, aperta da un grande striscione. “No al razzismo, al reato di clandestinità, al pacchetto sicurezza”. “Sì alle regolarizzazioni per tutti e tutte”. Un simpatico poster distribuito in migliaia di copie con l’immagine di un africano con aureola leggeva: “San Papier, protettore degli immigrati!”

 

Inevitabile che la manifestazione assumesse un colore politico, se non altro per le migliaia di bandiere rosse che sventolavano dominando la scena. Tra i partecipanti e i politici, pur conservando un basso profilo, alcuni parlamentari e leader di Sinistra e libertà, del Prc, dell’Idv e, inaspettatamente, il segretario del Pd, Dario Franceschini. Dal palco, tra gli intervenuti, la giornalista Concita de Gregorio e l’uomo di teatro Moni Ovadia.  Tutti a lanciare ai politici, ma soprattutto alla società italiana, la sfida di svegliarsi, di aprire gli occhi, di capire che la politica finora condotta dal governo in carica conduce il paese ad un vicolo cieco. Perché non esiste alternativa per il futuro dell’Italia che l’abbattimento delle barriere opposte all’integrazione sociale e al superamento della paura artificialmente ingenerata dalla falsa equazione clandestino=criminale. Peccato, ancora una volta, l’assenza di presenze significative della chiesa ufficiale.