Violenza islamista
Secondo una ricerca dell’IHS Jane’s Terrorism and Insurgency Centre, in sei anni (2009-2015) gli attacchi a rivendicazione islamista sono passati da 171 a 738. Incrmento del 750% del numero di morti.

Una ricerca dell’ IHS Jane’s Terrorism and Insurgency Centre, centro studi con sede a Englewood (Colorado, Stati Uniti), evidenzia che in Africa i morti per attacchi terroristici sono passati dai 171 del 2009 ai 738 del 2015. Nello stesso arco di tempo, i decessi causati dagli attacchi sono cresciuti da 541 a 4.600, con un incremento di oltre il 750%. Dati che hanno indotto gli esperti del centro a esaminare le nuove tendenze, che hanno contribuito in maniera determinante alla moltiplicazione degli attentati.

L’evoluzione del fenomeno sarebbe riconducibile a tre fattori: la collaborazione tra il gruppo nigeriano Boko haram e il Gruppo stato islamico (Is), l’espansione in Africa occidentale di al-Qaida nel Maghreb Islamico (Aqim) e la resilienza di al-Shabaab in Somalia.

Nel primo caso, gli analisti dell’IHS giudicano il legame tra Boko Haram e Is più rilevante di quanto comunemente riconosciuto. Dal momento che, nel marzo 2015, il gruppo jihadista nigeriano ha giurato fedeltà all’Is, si è registrato un aumento del numero e della letalità di attacchi suicidi in Nigeria e nei paesi limitrofi.

L’escalation della violenza e l’uso impressionante di donne kamikaze richiamano le più comuni tattiche operative adottate dal Gruppo stato islamico. Nello specifico, Boko Haram ha registrato un notevole potenziamento delle sue capacità di comunicazione, grazie alle elaborate tecniche utilizzate dal Califfato.

Il gruppo ha prodotto video e messaggi audio nel quadro di una più complessa ed estesa strategia di consolidamento della propaganda jihadista, postando in rete filmati di attacchi e criticando duramente chi sostiene il governo centrale di Abuja. Il tutto alternando l’arabo alla locale lingua hausa.

Riguardo all’espansione in Africa occidentale di al-Qaida nel Maghreb Islamico (Aqim), lo studio indica che ci sono diverse indicazioni sul fatto che l’Is abbia creato saldi legami tra i suoi affiliati in Libia e in Africa occidentale, cercando nel contempo di assicurarsi la gestione delle antiche rotte del contrabbando attraverso il Sahel.

Aqim è ormai entrata in aperta competizione con l’Is per la supremazia nella regione e questo implica l’aumento del rischio di episodi di terrorismo in tutto l’esteso territorio. È proprio in quest’ottica che il ramo nordafricano della rete qaidista si è riaffermato instaurando nuove alleanze con i gruppi locali.

Gli esperti dell’IHS valutano, inoltre, che nei prossimi sei mesi il gruppo guidato dall’emiro Abdelmalek Droukdel potrebbe aumentare il numero di attacchi e ampliare ulteriormente il suo raggio d’azione, colpendo anche in paesi che in precedenza non sono stati oggetto della violenza islamista, in particolare Senegal e Ghana. 

L’ultima delle tre componenti che secondo l’IHS hanno condotto alla crescita esponenziale degli attentati in Africa, è la recrudescenza operativa del gruppo estremista al-Shabaab.

Secondo lo studio, i jihadisti somali hanno potenziato la capacità di portare a termine attacchi letali su larga scala per alimentare il clima di tensione. Negli ultimi 13 mesi hanno colpito quattro basi militari dell’Amisom infliggendo pesanti perdite ai soldati della missione, creata nel gennaio 2007 dal Consiglio di Pace e sicurezza dell’Unione africana.

Nel 2015, sono stati presi di mira il compound di Lego e la base di Janale, nel Basso Scebeli. Poi, all’inizio del 2016, è stata attaccata la base di El Ade e lo scorso 9 giugno è stata la volta del campo militare di Halgan.

I ripetuti attacchi evidenziano che l’Amisom sembrerebbe non essere più in grado di esercitare un’efficace azione di contrasto nei confronti dei ribelli somali, che allo stesso modo di Aqim starebbero tentando di mostrare tutta la loro rilevanza nel Corno d’Africa per contrastare il tentativo di fare proseliti al suo interno, operato nei mesi scorsi dal Gruppo stato islamico.