Dal numero di aprile 2010: presidenziali farsa
Le elezioni del 4 marzo hanno confermato Faure Gnassingbé. L’opposizione denuncia brogli e rivendica la vittoria di Jean-Pierre Fabre. Tutto bene per l’Unione africana, mentre l’Europa rileva irregolarità.

 

Il copione è noto: finta “apertura democratica” da parte di un potere che non smette di essere autocratico, brogli elettorali su vasta scala, vane proteste degli oppositori, manifestazioni represse dalle forze dell’ordine… L’ultima elezione presidenziale togolese non è venuta meno alla regola: Faure Gnassingbé, 43 anni, figlio del generale-presidente Gnassingbé Eyadéma, che per 38 anni aveva retto il paese con polso militare, ha ufficialmente vinto con il 60,92% dei voti. Un solo problema: Jean-Pierre Fabre, principale candidato dell’opposizione, rappresentata dall’Unione delle forze per il cambiamento (Ufc), non si è accontentato del 33,94% attribuitogli dalla Commissione elettorale nazionale indipendente (Ceni), ma ha rivendicato la vittoria, con un risultato tra il 55 e il 60% dei voti.

 

Faure si era già fatto eleggere nell’aprile 2005 in uno scrutinio molto contestato, due mesi dopo la morte del padre e con l’esercito che aveva sparato sui manifestanti, causando 400-500 morti. Il che fa riflettere, oggi, gli oppositori sull’opportunità o meno di manifestare: conoscono le abitudini di casa…

 

Faure, nei suoi primi cinque anni di presidenza, si è preoccupato di consolidare il potere conferitogli dai militari, veri padroni del paese. Nell’aprile 2009 ha fatto arrestare due dei suoi numerosi fratellastri: Kpatcha, ex ministro della difesa, ed Essolizam, accusati di un tentato colpo di stato. Prima delle elezioni, Faure ha moltiplicato le manovre per scalzare i rivali più pericolosi. La candidatura di Kofi Yamgnane, ex sindaco socialista di Saint-Coulitz in Bretagna e deputato al parlamento francese, è stata invalidata a un mese dalle elezioni per un dettaglio sulla data di nascita. Ma, soprattutto, non ha partecipato alla competizione elettorale l’oppositore di sempre: Gilchrist Olympio, figlio di Sylvanus, primo presidente del Togo e padre dell’indipendenza, assassinato dai militari nel gennaio 1963.

 

L’Unione europea ha sborsato 9 milioni di euro (alcuni parlano di 20) per l’organizzazione di questa nuova farsa elettorale. La Francia, sempre pronta a riconoscere subito il risultato di elezioni favorevoli ai suoi uomini, questa volta non s’è pronunciata, trincerandosi dietro il fatto che i risultati definitivi non erano stati proclamati e che i rapporti degli osservatori non erano ancora noti. Mentre gli osservatori dell’Unione africana hanno subito riconosciuto la rielezione del presidente – ancor peggio, ha fatto Blaise Compaoré, presidente del Burkina Faso e mediatore nella crisi togolese, congratulandosi con il vincitore -, non è stato così per i 130 osservatori dell’Unione europea. In un loro rapporto provvisorio, denunciano «misure insufficienti di trasparenza» e una campagna elettorale lanciata dal campo presidenziale con molto anticipo, dominata dalla macchina elettorale del regime: mobilitazione dei funzionari, utilizzo degli edifici pubblici, sacchi di riso distribuiti alla popolazione a prezzi 3-4 volte inferiori a quelli di mercato, e un tempo di presenza sui media di stato, da parte del presidente, pari al 96%.

 

Ma il peggio è avvenuto al momento della trasmissione dei risultati alla Ceni, che avrebbe dovuto avvenire via telefono satellitare, il solo mezzo per garantirne l’integrità. Il sistema è andato in tilt, aprendo la via alla trasmissione manuale, foriera di frodi. È a questo punto della catena che va visto l’inganno.

 

 

È regime

Il volto del regime si è visto il 9 marzo quando le forze dell’ordine hanno assaltato il centro di trattamento informatico dei dati elettorali dell’Ufc al Cesal-séminaire a Lomé-Tokoin, portando via i computer e i verbali dei seggi elettorali, praticamente la prova materiale della frode elettorale, e arrestando le 11 persone che si trovavano nei locali. Assisteva alla scena, per una volta, anche un osservatore europeo. Così all’Ufc è stato impedito il ricorso alla Corte costituzionale relativo alle massicce frodi perpetrate in tutto il paese. Gli altri candidati sfortunati, soprattutto Agboyibo e Madame Adjamagbo-Johnson – la prima donna candidata in un’elezione presidenziale in Togo – hanno fatto ricorso alla Corte perché annulli il voto.

 

All’opposizione si riconosce a fatica il diritto di manifestare e protestare. All’annuncio dei dati provvisori della consultazione, alcune centinaia di giovani hanno manifestato. Sono stati subito dispersi con le bombe lacrimogene: «Hanno perso le elezioni e ci vogliono impedire di dimostrare che abbiamo vinto noi!», gridavano. E ancora: «Il Togo non è una monarchia e noi vogliamo democrazia: la Francia ci deve aiutare».

 

Sabato 13, decine di migliaia di oppositori sono scesi nelle strade di Lomé per manifestare contro la vittoria rubata. Sui cartelli: “Faure Gnassingbé ladro” e “Fabre presidente”. Contemporaneamente si svolgeva un’altra manifestazione dei sostenitori del presidente.

 

L’opposizione non intende mollare e continua a manifestare pacificamente. Ma fino a quando, con un popolo stremato da anni di crisi? Una crisi che il potere dichiara «finita». Invece, sembra l’eterno ricominciare di un processo di democratizzazione senza fine. «Bisogna continuare a manifestare, perché non meritano di dirigere il paese», dice Dahuku Péré, un barone del Raggruppamento del popolo togolese (Rpt) passato all’opposizione.

 

Il Togo si conferma, dunque, una repubblica ereditaria. Con la differenza che qui si è insaziabili. Lo scorso anno, Ali Bongo, figlio di Bongo Ondimba, per decenni presidente del Gabon, si era accontentato del 41% dei voti (anche là elezioni a un solo turno). Invece, Faure e il suo partito, l’eterno Rpt, al potere dalla sua fondazione nel 1969, non si danno limiti. Il potere si fa beffe della comunità internazionale: sa che si accontenta che il voto sia avvenuto nella calma. Cosciente che diventa impossibile, fisicamente, anche ai meglio intenzionati (come gli europei), annullare un’elezione, anche se macchiata d’irregolarità, continua a tenere in ostaggio un intero popolo più che mai assetato di libertà e democrazia. Per il regime al potere da 43 anni, rubare il risultato delle elezioni è divenuto come una seconda natura: non se ne vergogna nemmeno. E continua a contare sull’ipocrisia della comunità internazionale, che finanzia elezioni che sa, ancor prima di andare al voto, che saranno truccate, e che al vero bene del paese preferisce una pace apparente. Ma continuando così, non ci sarà mai in Togo uno stato di diritto.

 

A questo punto, c’è chi comincia a pensare che Faure potrebbe sopprimere semplicemente le elezioni, invece di farsi plebiscitare ogni 5 anni, per i prossimi decenni.

 

 




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