Egitto
E’ stato scarcerato dopo cinque anni uno dei più strenui oppositori al regime di Abdel Fatah al-Sisi e uno dei simboli della rivoluzione che nel 2011 depose Hosni Mubarak. Molti altri però, restano dietro le sbarre o sono desaparecidos.

L’attivista egiziano, Alaa Abdel Fattah, è stato rilasciato martedì scorso dopo cinque anni di detenzione per aver violato la legge anti-proteste, approvata dopo il colpo di stato militare del 3 luglio 2013. Dopo due giorni di attesa ai cancelli della prigione di Tora, la sorella, Mona Seif, ha ringraziato via social network attivisti e avvocati per il loro sostegno.

Alaa viene da una famiglia di socialisti e comunisti egiziani: a partire da suo padre, Seif al-Islam, venuto a mancare durante la sua detenzione e tra i fondatori del centro per la legge e i diritti umani Hisham Mubarak, sua zia, la scrittrice Ahdaf Soueif, e sua moglie, la blogger Manal.

Alaa è stato uno dei più strenui oppositori alle pratiche arbitrarie della polizia egiziana e uno dei simboli delle rivolte del 2011 che hanno portato alla fine del regime di Hosni Mubarak. Dai giorni delle proteste di piazza Tahrir è stato più volte arrestato e rilasciato, prima della condanna a 15 anni di detenzione, ridotta a cinque. Il suo rilascio fa seguito a quello del fotogiornalista, Mahmoud Abu Zeid, noto anche come Shawkan, detenuto dal 2013 per il suo lavoro di copertura della repressione del sit-in di piazza Rabaa al-Adawiya nella quale i militari uccisero centinaia di persone.

Le frammentate e fragili opposizioni egiziane si sono espresse in questi giorni, raggiungendo le mille firme per una petizione e riunendosi alle porte del parlamento come Movimento civile democratico (Cdm), contro la possibile estensione del mandato presidenziale fino al 2034, come previsto da un emendamento costituzionale in discussione in questi mesi e che sarà approvato entro il 14 aprile, prima di essere sottoposto a referendum popolare. Nel documento si legge: “questi emendamenti demoliranno libertà e democrazia”.

Restano in carcere, invece, i ricercatori e attivisti, Ismail Iskenderani e Ahmed Douma. Quest’ultimo, tra i fondatori dei gruppi Kifaya e 6 Aprile, è stato condannato a 15 anni con le accuse di possesso di armi, assalti contro polizia e militari, e assembramento illegale. Dopo una condanna all’ergastolo, la Cassazione ha ordinato la revisione del processo che ha portato per Douma alla condanna a 15 anni. Non si fermano neppure i casi di sparizioni forzate. Una delle ultime denunce riguarda il cittadino americano Khaled Hassan, scomparso per quattro mesi, arrestato e torturato. Hassan è stato aggiunto al Caso 137, insieme ad altre 550 persone, accusate di affiliazione allo Stato islamico.

Lo scorso 20 febbraio, con l’accusa di false confessioni, nove persone erano state giustiziate per aver partecipato all’attentato che costò la vita del procuratore generale, Hisham Barakat. Rupert Colville, Alto commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani, ha parlato di “preoccupazione perché le garanzie di un processo giusto potrebbero non essere state seguite”. Poche settimane prima una corte militare aveva condannato a morte 17 militanti con l’accusa di essere coinvolti nell’attacco alla Chiesa copta nei pressi della Cattedrale di San Marco al Cairo, del dicembre 2016. Lo Stato islamico (Isis) e il gruppo attivo nel Sinai, Beit al-Meqdisi, rivendicarono l’attacco.

Nella foto Alaa Abdel Fattah circondato dai suoi sostenitori dopo la liberazione dal carcere di Tora, il 26 marzo. (AP Photo)