Intervista all’autore
Quanti denti ha il pescecane di Alfredo Chiappori si rivela un libro assai ben documentato sull’intreccio criminale che coinvolge politici, 007 e mafiosi con risvolti legati al terrorismo islamico. “Il testo solleva quesiti inquietanti su cui si vuole imporre il silenzio”.

Nell’Italia dei veleni e della memoria impigrita continua a non destar scandalo l’emersione di nuove inchieste su traffici di rifiuti speciali che partono dalle nostre coste per attraccare in quelle africane.

 

L’ultima “indagine-bidone” è quella condotta dalla capitaneria di porto di Palermo, che ha smascherato un presunto maxi traffico di scorie dirette pure in Egitto e che vede coinvolte 13 società di mezza Italia che operavano, forse, con il benestare della criminalità organizzata.

 

Business clandestino che percorre all’incontrario, nel Mediterraneo, le tratte dei migranti. Anche se in entrambi i casi stiamo parlando di “rifiuti di stato”.

 

Business che segna con un filo rosso la storia di almeno gli ultimi 20 anni del nostro paese, con il venire a galla di navi affondate cariche di veleni; di traffici illeciti; di omicidi; di stragi, con attori principali non solo esponenti della criminalità organizzata e faccendieri senza scrupoli, ma anche 007 dei nostri apparati di sicurezza.

 

Il tutto si trova scritto in migliaia di pagine di inchieste di molte procure italiane e in centinaia di articoli di giornale. Quelli più spavaldi. Ma si trova pure in un bel romanzo edito nel 2009, ma purtroppo assai poco pubblicizzato, nonostante si riveli un testo molto documentato.

 

chiapporiSi tratta di  Quanti denti ha il pescecane (Editore Mursia, 14 euro) (www.alfredochiappori.it/pescecane.htm) scritto da Alfredo Chiappori, che abbina alla sua attività di pittore e vignettista per testate come il Corriere della Sera anche la passione per la scrittura.

 

Il libro è ambientato tra Mogadiscio, Roma e la Liguria. Siamo nella primavera del 1993, negli ultimi giorni dell’operazione Onu in Somalia, conosciuta come Restore Hope. Un ufficiale del servizio segreto militare riceve da una delle sua fonti più attendibili informazioni precise sull’arrivo in Somalia di fusti contenenti rifiuti nucleari.

 

È l’inizio di un’inchiesta che svela l’intreccio perverso tra smaltimento di scorie tossiche e radioattive, traffico di armi, terrorismo islamico, criminalità organizzata e barbe finte. Il protagonista si scontra con una rete di interessi politici ed economici che attraversa i mari del globo. Per lui sarà l’inizio della fine, visto che la sua carriera ne uscirà stroncata.

 

Per chi nel tempo si è occupato di Somalia e di quella scia rossa di fatti criminali legati al business di veleni, armi e malacooperazione non farà fatica a riconoscere e dare un nome ai molti protagonisti del libro: dal faccendiere Alfio Longobardo (Giancarlo Marocchino) all’ingegner Giorgio Staletti (Giorgio Comerio) con il suo Progetto Plutone (Progetto Urano), fino alla storia dei due giornalisti Giulia Freya ed Ettore Pardi che richiama quella tragica di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin, uccisi il 20 marzo del 1994 a Mogadiscio. Ma tra gli ingredienti del libro troviamo anche spunti che si rifanno all’omicidio dell’agente del Sismi Vincenzo Li Causi e al rogo del traghetto Moby Prince con le 140 persone imbarcate a Livorno.

 

Chiappori, perché un romanzo sulla Somalia e su questo intreccio perverso di vicende?

Tutto è partito in modo indiretto. Ho scritto diversi romanzi che hanno come tema predominante il mare. Studiandolo in profondità, era inevitabile imbattersi anche nel suo inquinamento e sugli scarichi di materiale tossico. Quindi, è stato altrettanto facile arrivare alla Somalia, con i suoi traffici internazionali e criminali, con la protezione e la collusione non solo della politica ma anche dei servizi segreti.

 

Il romanzo è molto ben documentato, anche nella descrizione delle dinamiche interne agli apparati di sicurezza. Quali sono state le sue fonti?

Al 70% sono state fonti tradizionali e aperte, quindi giornali, riviste, internet. Chiunque potrebbe accedere a quel tipo di notizie. Poi ho un amico di vecchia data che è generale di corpo d’armata. Lui mi ha dato una mano preziosa nel descrivere i meccanismi di certe strutture militari.

 

Resta il fatto che si tratta di un’opera intrisa di fatti realmente accaduti.

Per me il romanzo è un’opera letteraria che ha una sua dimensione autonoma, fondata sulla qualità della scrittura. Ma ritengo, anche, che qualsiasi cosa si affronti si finisce per parlare della realtà. Che bisogna, quindi, conoscere anche nei minimi dettagli. I personaggi del mio romanzo si muovono in un contesto ben preciso.

 

È mai stato a Mogadiscio?

No. Ma con gli strumenti tecnologici di oggi si possono conoscere, a tavolino, posti totalmente sconosciuti.

 

Nel suo libro, accanto a personaggi ben collocabili nella stagione della malacooperazione, dei traffici di armi e di rifiuti, si cita anche la società Agin, guidata dal generale Astuti. Sembra proprio di leggere la storia della società pubblica Sogin, costituita nel 1999 e chiamata a gestire e smantellare il parco nucleare italiano, al cui vertice dal 2002 al 2006 è stato insediato il generale Carlo Jean.

È un riferimento assolutamente voluto ed esplicito. Astuti è certamente ispirato a Jean, il quale, e pochi lo ricordano, ha portato avanti in passato trattative con la Russia per smaltire in Italia scorie radioattive. Se n’è accennato sui giornali per qualche giorno. Poi è calato il silenzio sulla vicenda. E non se ne sa più nulla.

 

Durante la fase della ricerca dei documenti e poi nello scrivere il romanzo, che cosa l’ha colpita di più delle vicende legate alla Somalia?

Le molti morti misteriose e la scomparsa di persone di cui non parla più nessuno. Se si leggono i documenti della commissione parlamentare d’inchiesta, presieduta da Carlo Taormina e istituita per indagare sulle morti di Alpi e Hrovatin, si percepisce con chiarezza la volontà d’insabbiare. C’erano delle verità che non dovevano venire a galla.

 

Il suo è un libro con scarne recensioni. Perché?

In effetti la stampa non ne ha parlato molto, nonostante le vendite siano andate bene. Quando alcuni mesi fa un pentito dell’ndrangheta (Francesco Fonti, ndr) ha rivelato degli affondamenti delle navi, con veleni a bordo, al largo delle coste calabre, molti mi hanno telefonato chiedendomi come avevo fatto ad anticipare nel libro con precisione quegli inabissamenti. I massmedia non hanno colto, invece, il parallelo. Peccato. Evidentemente non piacciono queste storie. Sollevano quesiti inquietanti e c’è timore, probabilmente, nell’affrontare certi temi. Passano gli anni anni, così, e si continua a non far nulla per porre fine ai traffici illeciti di scorie nucleari, il cui smaltimento è una questione ancora aperta.