«Non possiamo andare avanti in questo modo». È il severo giudizio di papa Francesco sull’economia mondiale al termine della tre giorni virtuale (ma al contempo così vera!) ad Assisi, lo scorso novembre, dove si è tenuto il summit “Economy of Francesco” su un nuovo modello economico sostenibile.

Rivolgendosi a duemila giovani imprenditori ed economisti online da 120 Paesi, papa Bergoglio è stato esplicito e diretto: «È tempo, cari giovani economisti, imprenditori, lavoratori e dirigenti d’azienda, è tempo di osare il rischio di favorire e stimolare modelli di sviluppo, di progresso e di sostenibilità in cui le persone, e specialmente gli esclusi» siano protagonisti. «Niente scorciatoie», dunque, piuttosto essere «lievito» e «sporcarsi le mani».

Convinto com’è che «l’attuale economia uccide», papa Bergoglio ha bacchettato senza mezzi termini il sistema bancario e finanziario mondiale: «È la fine di sistemi creditizi che, ben lungi dal promuovere il progresso, sottomettono le popolazioni a meccanismi di maggiore povertà». A questo proposito, c’è una novità nella cosiddetta narrazione economica di papa Francesco.

Si tratta di una svolta che esige, soprattutto da parte del mondo missionario, una decisa assunzione di responsabilità. Francesco ha detto che non basta più puntare sulla ricerca di «modelli palliativi». Il passo avanti del Forum di Assisi sta in questa affermazione che si riferisce esplicitamente al Terzo Settore e ai modelli filantropici. Intendiamoci: il pontefice non sta affatto buttando il bambino con l’acqua sporca.

Lungi dal voler disprezzare le forze solidali della società civile, egli spiega che «Benché la loro opera sia cruciale, non sempre sono capaci di affrontare strutturalmente gli attuali squilibri che colpiscono i più esclusi e, senza volerlo, perpetuano le ingiustizie che intendono contrastare». Infatti, secondo papa Francesco, «non si tratta solo o esclusivamente di sovvenire alle necessità più essenziali dei nostri fratelli», occorre andare oltre nel processo per affermare l’agognato cambiamento.

Finora, anche nel mondo cattolico, nonostante la fiera testimonianza dei fautori della finanza etica, molti credenti o presunti tali si lavavano la coscienza sostenendo il benemerito Terzo Settore – meglio conosciuto come no-profit – ammesso qualche volta, per grazia ricevuta, ai tavoli della pubblica concertazione, con l’intento di assecondarne formalmente, nei limiti del possibile,  gli ideali, quelli del welfare, senza però mai intaccare le logiche vessatorie polarizzate sulla massimizzazione dei profitti.

Occorre dunque progredire promuovendo un radicale cambiamento sistemico nei confronti soprattutto della finanza speculativa. La situazione, sul palcoscenico della storia contemporanea è inquietante perché a dettare le regole del gioco sono i sacerdoti del dio denaro.

Siamo di fronte, quindi, a quella che l’economista Leonardo Becchetti ha definito nel suo ultimo saggio, «Borgoglionomics», cioè un sistema economico esattamente agli antipodi di quello che una quarantina d’anni or sono venne definito come la «Reaganomics». Il liberismo economico ha infatti generato danni immensi che hanno acuito a dismisura la forbice delle diseguaglianze, legittimando peraltro istanze sovraniste di chi, ad esempio nella Vecchia Europa, ritiene di avere un surplus di diritti rispetto ad ogni genere di alterità.

«Questo enorme e improrogabile compito – ha spiegato il pontefice – richiede un impegno generoso nell’ambito culturale, nella formazione accademica e nella ricerca scientifica, senza perdersi in mode intellettuali o pose ideologiche – che sono isole –, che ci isolino dalla vita e dalla sofferenza concreta della gente».

A questo proposito, facendo tesoro del pensiero bergogliano, viene spontaneo domandarsi se vi siano già dei progetti in cantiere per passare dalle parole ai fatti. Emblematico è il caso del debito che pesa come una spada di Damocle sul presente e sul futuro non solo dei paesi in via di sviluppo ma anche di quelle nazioni che, in termini generali, patiscono le ripercussioni della recessione economica generata dal coronavirus.  

Non è un caso se all’inizio della pandemia si è abbattuta impietosa la mannaia delle agenzie di rating statunitensi che hanno declassato ben dieci paesi africani: Angola, Botswana, Camerun, Capo Verde, Repubblica democratica del Congo, Gabon, Nigeria, Sudafrica, Maurizio e Zambia.

Si tratta di un fenomeno che, come già accaduto in altre circostanze, vede come protagoniste le tre grandi sorelle: Moody’s, Standard&Poor’s e Fitch le quali sono, alla prova dei fatti, entità economico-finanziare private, pesantemente segnate da un conflitto di interessi in quanto vantano partecipazioni azionarie importanti provenienti dalle più grandi banche, fondi di investimento e corporation internazionali.

Il motivo sarebbe legato al fatto che il coronavirus avrebbe aumentato il rischio di shock finanziari derivanti dalla riduzione dei prezzi del petrolio e dalla recessione economica. Poiché le agenzie di rating hanno un enorme potere di influenzare le aspettative del mercato e le decisioni di allocazione del portafoglio degli investitori, i declassamenti indotti dalla crisi del coronavirus minano i fondamentali macroeconomici dell’intero continente.

Infatti, le loro pagelle vengono puntualmente prese in considerazione dai mercati per giudicare lo stato di salute delle varie economie nazionali e, di conseguenza, per definire anche i tassi d’interesse sul debito pubblico. Sta di fatto che il declassamento operato dalle tre agenzie ha avuto un impatto devastante sulle economie africane, sia per quanto concerne l’aumento del costo dei prestiti, con un risvolto devastante sulla crisi debitoria, come anche in riferimento all’indebolimento dell’offerta di capitale da parte degli investitori stranieri.

A questo proposito è utile segnalare un’iniziativa perfettamente in linea con le indicazioni di papa Bergoglio. Un gruppo qualificato di giuristi ed esperti di economia italiani dell’Unità di ricerca Giorgio La Pira del Cnr, del Centro di studi giuridici latinoamericani dell’Università di Roma Tor Vergata e del Centro di ricerca Renato Baccari del Dipartimento di giurisprudenza dell’Università di Bari, ha auspicato che l’Assemblea generale delle Nazioni Unite giunga a formulare quanto prima una richiesta di parere alla Corte internazionale di giustizia dell’Aja sui principi e sulle regole applicabili al debito internazionale, nonché al debito pubblico e privato.

L’obiettivo è che si proceda quanto prima alla rimozione delle cause delle perduranti violazioni dei principi generali del diritto e dei diritti dell’uomo e dei popoli, determinando così un obbligo inderogabile, come peraltro già si evince da numerose risoluzioni dell’Assemblea generale dell’Onu.  

Da rilevare che questa proposta, sostenuta peraltro dalla Segreteria di Stato della Santa Sede, ha un precedente molto importante, la risoluzione 63/319 del Consiglio delle Nazioni Unite del 2015, contro i cosiddetti «fondi avvoltoi», i fondi finanziari speculativi che agiscono in modo molto aggressivo sul debito dei paesi in forti difficoltà economiche.

L’iniziativa trova la sua fonte d’ispirazione nei principi morali, etici e giuridici contenuti nella storica «Carta di Sant’Agata dei Goti» (nome della città nel centro d’Italia, dove esperti religiosi e laici internazionali si sono riuniti nel 1997), che ha condannato il «contratto di usura», gli «oneri eccessivi sul debito» e ha invece affermato il suo sostegno all’auto determinazione dei popoli.

Questo indirizzo è sempre più attuale e lo è ancora maggiormente ove si pensi alla necessità, da papa Francesco messa in evidenza in più circostanze, di rivedere su basi etiche il sistema della finanza globale a fronte di pericolose ideologie, che promuovono l’autonomia assoluta dei mercati e la speculazione finanziaria, negando così il diritto di controllo agli Stati pur incaricati di provvedere al bene comune.

Una cosa è certa: bisogna accelerare i tempi prima che sia troppo tardi. Per dirla con le parole di Stanley Kramer, La«Borgoglionomics» è davvero «l’ultima spiaggia» per salvare il mondo.