AL-KANTARA – SETTEMBRE 2018
Mostafa El Ayoubi

Non si placa la guerra diplomatica tra gli Usa e la Turchia, anzi sembra destinata a intensificarsi. Le relazioni tra i due paesi erano già peggiorate in seguito al colpo di stato fallito nel luglio di due anni fa. Ankara accusò Washington di aver ideato quella operazione militare. Ma la Casa Bianca negò ogni coinvolgimento, anche se non si può negare che gli Usa considerano l’alleato Erdogan un presidente scomodo, poco malleabile e accondiscendente.

A mettere benzina sul fuoco è stata la faccenda del pastore evangelico americano Andrew Brunson, detenuto in Turchia dall’ottobre 2016 pochi mesi dopo il putsch abortito, nel quadro di una impressionante campagna di arresti ed epurazioni che aveva colpito una vasta parte degli oppositori di Erdogan, compresi quelli stranieri, di cui 25 americani. Brunson, che guidava una comunità evangelica ad Izmir, è stato messo agli arresti domiciliari nel luglio scorso. I capi di accusa contro di lui sono spionaggio e apologia del terrorismo.

La Casa Bianca smentisce che il pastore sia un suo agente segreto e ne chiede il rilascio senza condizioni. Trump ha anche minacciato di ricorrere a pressioni politiche ed economiche. In tal senso, due ministri dell’attuale governo turco sono stati colpiti da sanzioni. Ma il sultano non sembra piegarsi ai diktat di Washington. Erdogan ha dichiarato di recente che Trump intende «fare la guerra commerciale al mondo intero» e lo accusa di «escogitare una congiura politica contro il suo paese». Il governo turco teme che un giorno Washington possa imporgli embarghi e sanzioni economiche pesanti, come sta facendo con l’Iran o peggio ancora con il Venezuela. Ankara ha già provveduto, tra 2016 e 2017, al ritiro dalle banche americane delle sue riserve in oro (220 tonnellate), per il timore che venissero confiscate in caso di sanzioni.

Gli Usa sono ben consapevoli della crisi economica turca. Il boom economico che in passato ha reso popolare Erdogan e il suo partito Akp è ormai tramontato. La bilancia dei pagamenti è negativa. Il paese importa il doppio di quello che esporta e la lira turca è molto svalutata rispetto al dollaro. Ma fin dove il governo americano si spingerà per costringere Erdogan a piegarsi alla sua volontà? Tirare troppo la corda potrebbe essere molto dannoso per gli Usa e per l’intera Nato. Potrebbero perdere un alleato strategico che finora ha garantito loro la salvaguardia di immensi interessi geostrategici in Medio Oriente.

Erdogan sa di non avere le spalle al muro e che potrebbe girarle all’Occidente, guardando strutturalmente verso Russia, Cina e Iran, che sta corteggiando già da qualche anno. Nonostante l’imprevedibilità di Trump, è difficile che l’establishment americano possa correre tale rischio. Lo scontro rimarrà molto probabilmente circoscritto all’ambito diplomatico, perché conviene soprattutto agli Usa.

Non sarà certamente la questione del pastore americano trattenuto dall’autorità giudiziaria turca a mandare tutto all’aria. Questa faccenda sembra più una trovata “trumpiana” ad uso e consumo interno. Gli evangelici conservatori sono una fetta importante dell’elettorato di Trump. E a novembre ci saranno le elezioni di medio termine negli Usa…

Andrew Brunson
Cinquant’anni, cittadino americano originario del North Carolina, vive in Turchia da 23 anni ed è alla guida della congregazione evangelica Izmir Resurrection Church. Ankara lo trattiene per ottenere l’estradizione del leader religioso Fetullah Gulen che vive in esilio negli Stati Uniti.