Nord Africa
Il cambiamento in atto nel paese è laico, vede tante donne in prima fila, vuole programmi politici e non solidarietà claniche. Lo sostiene Fawzia Zouari sul settimanale di Parigi Jeune Afrique.

«Qualunque sia l’esito della rivoluzione tunisina, sarà stata la prima a rompere gli schemi di certi riflessi arabo-musulmani, tra cui l’appello al “complotto straniero”. L’insurrezione del gennaio scorso era sgombra di ciò che alcuni chiamano in maniera peggiorativa il “circus arabo”, che consiste nello sputare addosso all’Occidente e, inoltre, nel bruciare le bandiere americana e israeliana. Non un solo tunisino avrebbe ammesso la tesi della mano straniera avanzata da Ben Ali. Ciò ha, invece, rafforzato la determinazione dei manifestanti.

La rivoluzione rappresenta anche una rottura con l’ideologia religiosa che pretende condurre la lotta dei popoli nel nome di Allah (fi sabil Allah) e la giustifica con la jihad, una nozione sostituita dai tunisini con quella di thawra (rivoluzione), abbinata agli slogan “libertà” e “democrazia” che vanno contro l’ortodossia centrata sull’obbedienza al califfo e la sottomissione al dogma. I manifestanti tunisini non inalberavano alcun segno religioso. Solo importava l’inno nazionale scritto da un poeta… Si tratta della prima rivoluzione laica in terra islamica!

Il confronto è ancor più sorprendente se confrontata con le altre rivolte arabe attuali, segnate da quegli Allah akbar e ritrasmessi da religiosi, tra cui il famoso Qardaoui, officiante su Al-Jazira in costume rivoluzionario. Quello stesso Qardaoui che, commentando l’immolazione del giovane tunisino Bouazizi, si è sprecato in una fatwa che condanna il suicidio nell’islam. Non me ne voglia lo sceicco di Al-Azhar: i tunisini hanno rivoluzionato il modello dell’eroe. Bouazizi si è immolato senza candidarsi a martire di un dogma o di una ideologia. Non ha reclamato la sua parte nell’aldilà, né pensato alle vergini del paradiso. È morto per una ragione molto semplice: la sua dignità. E basta. Niente yuyu né litanie.

Altro elemento: la presenza massiccia delle donne. Altrove, il “sesso debole” solo tardivamente si è unito ai movimenti di strada. In Tunisia, invece, ragazzi e ragazze si son visti marciare insieme. A questa soppressione di barriere tra i sessi va aggiunta una rottura dello schema antropologico delle società tradizionali: la decisione della gioventù tunisina di porre fine al regno dei “vecchi” rimette in questione il sacrosanto principio del rispetto dovuto agli anziani e l’antica configurazione del potere fondato sul vassallaggio del popolo al capo, rimpiazzato dal modello del raìs-padre della nazione. La rivendicazione di un sistema elettorale basato su un programma politico è contro le vecchie alleanze fondate sulla soggettività del legame famigliare e delle solidarietà claniche.

Una sola prova per convincersi della modernità del paese di Cartagine: quanto sta succedendo alla sua frontiera, cioè la tragicomica follia che Gheddafi impone ai suoi e che gioca su sfondo di codici tribali, di lirismo desueto e di un gesto delirante. Uno scenario, cioè, venuto dalla jahilllya, l’epoca dell'”ignoranza”, che ha preceduto l’islam. E che ci riporta indietro di 14 secoli». (Jeune Afrique, 6-12 marzo 2011)