Politica e Società Tunisia
Continua l’opera di demolizione delle istituzioni del presidente
Tunisia, Saied licenzia 57 magistrati. Le critiche di Usa e Onu
Accusati di corruzione e cospirazione. Ma per il Consiglio supremo della magistratura è solo una scusa per piazzare persone vicine al presidente. I sondaggi gli danno ancora ragione
03 Giugno 2022
Articolo di Redazione
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la protesta dei magistrati a Tunisi

Il presidente tunisino Kais Saied ha rimosso dall’incarico 57 giudici sospettati di corruzione. Lo dispone un nuovo decreto presidenziale ad hoc pubblicato il 1° giugno, in Gazzetta ufficiale.

Il capo dello stato ha criticato «le forme di corruzione che affliggono la magistratura», rivolgendo una serie di accuse contro alcuni giudici sospettati di «cospirazione con influenti organi politici o finanziari» e «di aver protetto i corrotti e ostacolato processi in casi di terrorismo», secondo quanto riporta l’emittente radiofonica nazionale Mosaique Fm.

 Il presidente della repubblica ha detto che questa situazione ha reso necessario il «completamento» del decreto numero 11 del 12 febbraio 2022, relativo alla creazione del Consiglio supremo provvisorio della magistratura, con una nuova diposizione che conferisce al capo dello stato il potere di rimuovere» ogni giudice sospettato di influire negativamente sulla reputazione, l’indipendenza o il buon funzionamento della magistratura».

Una decisione che se è stata accolta positivamente da una parte dell’opinione pubblica (è ancora in testa ai sondaggi di voto) e dell’avvocatura, è stata condannata duramente dalle opposizioni e soprattutto dall’Associazione dei magistrati (Amt), che l’ha definita «un massacro giudiziario». La destituzione dei giudici «non ha nulla a che vedere con la corruzione», hanno scritto i magistrati in una comunicato. Mira, invece, «a creare posti vacanti che il presidente intende riempire con coloro che… lavoreranno secondo le sue indicazioni e quelle del ministro della giustizia».

La Commissione internazionale dei giuristi ha invitato Saied a revocare i licenziamenti, descrivendoli come «un affronto allo stato di diritto e all’indipendenza della magistratura in Tunisia».

Critiche da oltre confine 

Scelta criticata anche fuori dai confini tunisini. Il portavoce del Dipartimento di stato americano Ned Price, in conferenza stampa, ha detto che i decreti del 1° giugno seguono «un allarmante schema di misure che ha minato le istituzioni democratiche indipendenti della Tunisia. Abbiamo costantemente informato i responsabili tunisini dell’importanza delle norme e degli equilibri in un sistema democratico». E ha concluso: «Continuiamo a esortare il governo tunisino a perseguire un processo di riforma inclusivo e trasparente con il contributo della società civile e di diverse voci politiche per rafforzare la legittimità degli sforzi di riforma».

Ma lo stesso Palazzo di Vetro è intervenuto a gamba tesa sui provvedimenti di Saied. Rispondendo alle domande dei giornalisti sulla posizione del segretario generale António Guterres sulla decisione del presidente tunisino, il portavoce Stéphane Dujarric ha dichiarato: «Siamo preoccupati per i recenti sviluppi in Tunisia e continuiamo a monitorare da vicino la situazione nel paese».

Transizione politica o deriva autoritaria

La Tunisia sta attraversando una delicata fase di transizione politica dopo che, il 25 luglio 2021, Saied ha sospeso i lavori dell’Assemblea dei rappresentanti del popolo, il parlamento poi dissolto lo scorso 30 marzo, ed estromesso il governo all’epoca guidato da Hichem Mechichi.

Da mesi, i partiti dell’opposizione e diverse organizzazioni della società civile chiedono un dialogo politico inclusivo di tutte le componenti dello spettro sociale e politico del paese.

Lo scorso 1° maggio, Saied ha annunciato un’iniziativa per lanciare un dialogo nazionale, senza però includere i partiti di opposizione, come richiesto invece dai paesi del G7 e dall’Unione europea.

La road map del presidente prevede un referendum costituzionale il 25 luglio ed elezioni parlamentari anticipate il 17 dicembre.

L’opposizione tunisina accusa Saïed di «deriva autoritaria» e di voler «instaurare un regime plebiscitario».

 

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