In Uganda la polizia riporta la morte di 37 persone con almeno 45 feriti, durante violente proteste scoppiate il 18 novembre, dopo l’arrestato del candidato presidenziale dell’opposizione Robert Kyagulanyi.

Fonti di Nigrizia sul posto parlano invece di centinaia di morti, tra cui il capo dei missionari laici comboniani, colpito dai proiettili sparati da una pattuglia dell’esercito di scorta ad un ministro, mentre si trovava per strada a Kassala.

Il parlamentare e musicista, conosciuto con il nome d’arte di Bobi Wine, è stato arrestato per aver violato le misure anti-Covid, durante un raduno della sua campagna elettorale a Jinja, nell’est del paese. Con lui sono finiti in manette anche il pastore di Jinja, Andrew Muwanguzi, e cinque sostenitori.

Quando la notizia del suo arresto si è diffusa, sono scoppiate violente proteste nella capitale Kampala e in molte altre grandi città. Polizia e militari hanno usato gas lacrimogeni e proiettili veri per disperdere i manifestanti. Almeno 11 persone, riferisce la Croce Rossa locale, hanno riportato ferite da armi da fuoco.

Video pubblicati sulla pagina Twitter del settimanale ugandese The Observer mostrano uomini armati in abiti civili che sparano, ma non è chiaro dove e quando le immagini siano state riprese. Le informazioni sono ancora confuse, anche perché i media ugandesi si concentrano unicamente sulla campagna elettorale del presidente, come ci racconta Nicholas Onyait, diacono ugandese della missione comboniana di Kassala.

Wine, 38 anni, alla testa della Piattaforma di unità nazionale (National unity platform – Nup), è senza dubbio il più popolare tra i 10 candidati che sfidano il presidente di lungo corso Yoweri Museveni – 76 anni, al potere dal 1986 e in corsa per un sesto mandato – alle presidenziali del 14 gennaio.

Soprannominato il “presidente del ghetto”, le sue canzoni, che parlano di giustizia sociale, povertà e corruzione, movimentano grandi masse, in particolare di giovani, che rappresentano gran parte dell’elettorato ugandese.

Kyagulanyi ed altri leader del Nup sono stati arrestati molte volte negli ultimi anni. Il 3 novembre scorso, finì in manette poco dopo aver registrato la sua candidatura per le elezioni presidenziali. Fu accusato di pianificare una manifestazione illegale. Nell’ottobre 2019 il governo emanò una legge che vieta di portare in pubblico il basco rosso, “simbolo di resistenza” del suo movimento.

Con il propagarsi della pandemia poi, sono state imposte rigide restrizioni alle campagne elettorali che devono svolgersi utilizzando prevalentemente la rete internet. Una scelta che penalizza le opposizioni e la stragrande maggioranza dei cittadini che non possiedono smartphone e non possono permettersi di sostenere i costi delle connessioni. Senza contare lo stretto controllo che il regime mantiene sul web e sui media in generale.

“Ripetuti arresti e raid nelle sedi dell’opposizione fanno parte di una strategia destinata ad un progetto di controllo del dissenso senza provocare eccessive critiche nazionali o internazionali” scrive oggi l’autorevole rivista di analisi African Argouments in un articolo intitolato How Museveni mastered violence to win elections in Uganda (Come Museveni ha padroneggiato la violenza per vincere le elezioni in Uganda).

(articolo aggiornato alle 08.00 del 23 novembre 2020)