Un sostenitore del movimento Pepole Power, del candidato dell'opposizione alla presidenza Bobi Wine, arrestato dalle forze di sicurezza a Kampala (Credit: Daily Monitor)

La situazione dei diritti umani si è notevolmente deteriorata in Uganda in vista delle elezioni parlamentari e presidenziali del 14 gennaio per le quali sono registrati circa 18 milioni di elettori (età media della popolazione è sotto i 16 anni), dislocati in quasi 35mila seggi elettorali.

Una situazione che sembra destinata ad aggravarsi il giorno delle votazioni e nel periodo post-elettorale con l’esercito e le agenzie di sicurezza schierate in forze, in particolare nelle capitale.

Undici candidati – tra i quali anche una donna, Nancy Kalembe – sono in lizza per spodestare il presidente Yoweri Museveni, al potere da 35 anni. I contendenti includono il cantante e leader dell’opposizione Robert Kyagulanyi, in arte Bobi Wine, che gode di un forte consenso, soprattutto tra i più giovani.

Numerose violazioni dei diritti sono state segnalate nel periodo precedente le elezioni, inclusi casi di arresto e detenzione arbitrari e tortura. Almeno 55 persone sono state uccise tra il 18 e il 20 novembre durante disordini e proteste contro l’arresto e la detenzione di Kyagulanyi, leader della Piattaforma di unità nazionale (Nup). Le molestie, i maltrattamenti, gli arresti arbitrari e la detenzione di candidati e sostenitori dell’opposizione sono stati uno sviluppo preoccupante durante tutta la campagna elettorale.

L’ultima vittima, ieri, è Elijah Mukiibi Kaate, 24 anni, meccanico che lavorava nel mercato di Kiseka. “I militari hanno fatto irruzione sul posto di lavoro e gli hanno sparato allo stomaco” ha annunciato Kyagulanyi, chiedendosi poi “quanti cittadini innocenti questo regime dovrà uccidere prima di uscire di scena”. 

Kyagulanyi è stato ripetutamente bloccato durante lo svolgimento di eventi elettorali, e un altro candidato dell’opposizione, Oboi Amuriat, è stato arrestato l’8 gennaio scorso e rilasciato su cauzione nel pomeriggio. Pochi giorni dopo, il 12 gennaio, Wine ha denunciato un’irruzione dei militari nella propria abitazione e l’arresto delle sue guardie di sicurezza. La notte prima i soldati erano entrati nella casa di uno dei suoi aiutanti, portando via l’uomo.

Secondo quanto riferito, le forze di sicurezza hanno inoltre picchiato i giornalisti che coprivano le campagne elettorali delle opposizioni. Durante il briefing sulla sicurezza la scorsa settimana, l’ispettore generale della polizia Marin Ochola, senza rimorsi, ha detto che i giornalisti erano stati picchiati per il loro bene, e che continueranno ed essere picchiati se continuano a coprire gli eventi, senza il permesso della sicurezza.

Una repressione che si è spinta anche oltreconfine, in Kenya, dove la locale sezione di Amnesty International chiede la liberazione di cinque attivisti, arrestati mentre manifestavano davanti all’ambasciata ugandese a Nairobi.

Nei giorni scorsi anche l’ufficio dell’Alto commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani (Ohchr) ha denunciato il crescente giro di vite contro le figure dell’opposizione, l’uso eccessivo della forza e l’applicazione discriminatoria delle restrizioni di prevenzione contro il Covid-19, utilizzate per limitare la partecipazione politica, che hanno portato a “violenze, arresti e detenzioni arbitrari e, in alcuni casi, segnalazioni di torture e maltrattamenti da parte delle forze di sicurezza”.

Una denuncia ribadita anche dai vescovi ugandesi in una lettera pastorale nella quale si appellano al dialogo e alla riconciliazione nazionale. “L’uso eccessivo della forza da parte delle forze dell’ordine ha seriamente offuscato questo processo elettorale”, ha affermato invece il capo della diplomazia dell’Unione europea Josep Borrell, dopo il rifiuto del governo ad ammettere nel paese i suoi osservatori.

A fargli eco, oggi, parando di “un voto non trasparente” sono gli Stati Uniti, che hanno annunciato d’aver annullato la missione di osservazione dopo che la maggior parte delle loro richieste di accreditamento sono state negate.
Gli unici osservatori esterni ammessi sono quelli dell’Unione africana.

Sul voto l’analisi del missionario comboniano e giornalista p. Giulio Albanese:

 

La scusa del virus

A giugno, la Commissione elettorale ha emanato regole per elezioni a basso contatto, o “elezioni scientifiche”, vietando le manifestazioni di massa e prevedendo campagne digitali. Le norme sono state successivamente riviste per consentire riunioni con un massimo di 200 persone.

La Commissione ha poi sospeso, a dicembre, i comizi elettorali in 16 distretti, caratterizzati da un’elevata trasmissione del virus. Sebbene le restrizioni per motivi di salute pubblica siano consentite dalla legge, la loro rigida applicazione ha limitato le attività della campagna elettorale dell’opposizione in modo discriminatorio. Il 30 dicembre le forze di sicurezza hanno bloccato un comizio del Nup per violazione delle misure anti Covid, arrestando 90 persone.

Una volta in tribunale, alcuni di loro hanno presentato ferite risultanti, secondo loro, da torture durante la detenzione. Al contrario, la polizia non ha applicato le restrizioni in modo così rigoroso per le attività della campagna elettorale da parte del partito al governo, Movimento di resistenza nazionale (Nrm).

Internet bloccato

L’ultima stretta del regime sulle libertà è arrivata ieri quando, in un discorso televisivo, Museveni, vestito in mimetica militare, ha annunciato l’oscuramento dei social media (il cui uso è dal luglio 2018 sottoposto a tassazione), delle app di messaggistica e delle reti private virtuali (VPN), e il rafforzamento della sicurezza nella capitale, Kampala.

Il giorno prima Facebook aveva chiuso decine di account falsi, riconducibili a una rete collegata al ministero dell’informazione (Gruppo d’interazione con i cittadini), utilizzati per impersonare utenti e aumentare la popolarità dei post. L’addetto stampa di Museveni, Don Wanyama, che si era visto bloccare i suoi account Instagram e Facebook, ha accusato quest’ultimo di cercare di influenzare le elezioni.

Intanto, da ieri, veicoli militari blindati dell’esercito pattugliano la capitale.