Elezioni presidenziali e politiche
Il presidente uscente Museveni, che si presenta per la quarta volta, è largamente favorito. Ma deve fare i conti con altri sette candidati. Tra cui l’agguerrito Besigye, che contesta che si possa votare senza un documento di riconoscimento… Perplessi anche gli osservatori internazionali.

Oggi, venerdì 18 febbraio 2011, circa 14 milioni di ugandesi sono chiamati alle urne per elezioni generali per rinnovare il parlamento ed eleggere il nuovo presidente: 8 candidati, tra cui il presidente uscente Yoweri Museveni (nella foto), 66 anni, al potere da 25, dopo essere entrato vittorioso in Kampala con i suoi guerriglieri nel 1986. Si ripresenta per la quarta volta consecutiva, ed è fiducioso in una sua «larga vittoria».

La campagna elettorale è stata caratterizzata da manifestazioni e meeting giganteschi del presidente (e del suo principale rivale Kizza Besigye) a Kampala, la capitale, per difendere i risultati della sua presidenza e incitare gli elettori a votare massicciamente in favore del suo programma.

Contro Museveni si presentano sette candidati, ma il principale avversario e suo ex medico personale è Kizza Besigye. A 54 anni, Besigye, capo del principale partito di opposizione, il Forum per il cambiamento democratico (Fdc), una coalizione di piccoli partiti, si ripresenta per la terza volta contro Museveni ed è il solo che potrebbe procurargli qualche fastidio. Nel 2001 aveva ottenuto il 29% dei voti e nel 2006 il 32%. Besigye ricorda che l’Uganda non ha mai organizzato elezioni veramente libere…Infatti, chiunque può recarsi a votare senza documento di riconoscimento. Come pensare allora a un processo elettorale credibile?

Tra gli altri candidati alla magistratura suprema, ci sono: Olara Otunnu (61 anni), capo del Congresso per il popolo ugandese (Upc) e ex ministro degli esteri; Norbert Mao, capo del più vecchio partito ugandese, il Partito democratico; Bidandi Ssali candidato del partito progressista del popolo e Samuel Lubega candidato indipendente e ex pezzo grosso del partito democratico.

I principali dirigenti dell’opposizione non sono riusciti ad accordarsi su una candidatura comune alle presidenziali da opporre al presidente uscente che già accusano di “preparare brogli”. L’opposizione ha annunciato per questo la sua intenzione di sguinzagliare un milione di agenti sul territorio, questo venerdì, e di procedere al proprio conteggio con l’annuncio dei propri risultati già domani sabato, cioè 24 ore prima dei risultati ufficiali della Commissione elettorale.

Secondo la Commissione elettorale, a garantire un buon svolgimento delle elezioni, ci saranno più di tremila osservatori locali e internazionali. Il capo degli osservatori dell’Unione europea in Uganda, Edward Scicluna, ha definito «pacifico finora» il processo elettorale. Dichiarandosi deluso, però, perché le sue osservazioni non sono state accolte, soprattutto per quel che riguarda l’indipendenza della Commissione elettorale e la trasparenza del finanziamento dei partiti politici, in particolare del partito al potere, il Movimento di resistenza nazionale (Nrm). Che si è attribuito un bilancio straordinario di 250 milioni di dollari da “distribuire” generosamente agli elettori per una “prosperità per tutti”.

 

Anche il capo degli osservatori del Commonwealth, Billie Miller, ha emesso dubbi sul buon svolgimento dello scrutinio, ricordando irregolarità e lacune nell’organizzazione delle elezioni del 2006. Inquietudine è stata espressa alla Commissione elettorale perché certi candidati erano stati tolti da certe liste o spostati su altre. Senza dire degli elettori che si erano iscritti e che ora non trovano il loro nome nelle liste elettorali definitive.

Anche Amnesty International parla di campagna elettorale tranquilla, senza però scartare il rischio di violenze politiche che potrebbero seguire ai risultati, ricordando che le elezioni del 2001 e del 2006 in Uganda «erano state marcate da violenze politiche, compreso l’uso eccessivo della forza». Nessuno poi ha dimenticato i 40 morti nel settembre 2009 a Kampala in seguito a dissapori tra il governo e il re dei baganda, la popolazione che vive nella regione di Kampala.

Gli osservatori prevedono un risultato serrato, perché il punteggio non ha fatto che diminuire dal 1996 (75%), al 2001 (69%) e al 2006 (59%). Nel 2006 la Corte suprema aveva parlato di un’elezione macchiata di frodi.

Museveni è comunque certo che l’Uganda non vivrà una situazione paragonabile a quella del Kenya o della Costa d’Avorio. E nemmeno a quella della Tunisia o dell’Egitto. Perché lui, Museveni, si sente «democraticamente eletto», e non arroccato al potere! Si sente al suo posto perché eletto in elezioni in cui è risultato vincitore. «Dovessi perdere democraticamente, mi ritirerei», proclama Museveni. Ma chi crede che potrà mai dichiararsi battuto? Senza contare che l’Uganda ha il pieno appoggio degli Stati Uniti che a Museveni sono grati di essersi assunto il comando della missione di mantenimento della pace dell’Unione africana in Somalia e di appoggiare la nascita del nuovo stato del Sud Sudan.

E poi, il momento è molto favorevole al presidente uscente: la scoperta di importanti campi di petrolio sotto il Lago Alberto, alla frontiera con la Repubblica democratica del Congo, nell’ovest del paese, gli permette di sperare di emanciparsi dalla benevolenza dei finanziatori internazionali, l’Europa in primis, che finanziano per più di un terzo il budget dello stato. Ma che cominciano ad averne abbastanza della corruzione generalizzata che caratterizza il regime.