Mali
Mali, deposto il presidente Ibrahim Boubacar Keita
Un golpe a furor di popolo
Con un colpo di mano del tutto incruento ieri, un gruppo di militari ha costretto alle dimissioni il presidente eletto, del quale da mesi opposizioni e società civile chiedevano la testa. Oggi, nella capitale, tutto sembra tornato alla normalità ma in molti si chiedono se i golpisti siano in grado, adesso, di gestire la transizione
19 Agosto 2020
Articolo di Filippo Ivardi Ganapini
Tempo di lettura 5 minuti
Colpo di stato in Mali
Militari golpisti circondati dalla folla in festa a Bamako (Credit: opera.news)

«Adesso dobbiamo fare i conti con questo terzo attore che viene alla ribalta: la giunta militare golpista» dichiara a Nigrizia padre Antoine Berilengar, gesuita ciadiano in missione a Bamako. Cinque militari protagonisti del colpo di Stato realizzato ieri, hanno rilasciato questa mattina presto una dichiarazione attraverso le parole del colonnello maggiore Ismail Wagué, portavoce dell’autoproclamato Comitato per la salvezza del popolo, in cui invitano ad una transizione politica civile che deve condurre alle elezioni in un tempo ragionevole.

Le reazioni internazionali, intanto, sono tutte di condanna: dagli Usa a Macron, dall’Ue all’Onu, passando dalla Comunità economica degli stati dell’Africa occidentale (Cedeao) che ha tentato a lungo una mediazione nella crisi apertasi dopo le contestate elezioni per il rinnovo del parlamento dell’aprile scorso. «In Africa conosciamo bene queste reazioni – continua Berilengar – ed è anche questo che porta certi attori ad esagerare in alcuni frangenti».

«Le reazioni – prosegue – parlano di sanzioni, di interventi determinati della comunità internazionale ma loro stessi sono scesi sul terreno e non hanno trovato delle soluzioni. La gente dice che le soluzioni che hanno proposto (peraltro senza mai porre sul tavolo le dimissioni del presidente) non interessano i maliani. Ecco perché il popolo cerca altre vie. Certo che la dinamica del cambiamento deve essere quella democratica ma è evidente a tutti che le elezioni che si sono svolte non erano trasparenti. Ora la giunta golpista non utilizzerà la forza, secondo me, perché è circondata dal consenso e dalla simpatia di buona parte della popolazione. Ora comincia la partita politica delle negoziazioni. Il problema è il lasso di tempo in cui questo avverrà perché se si ritarda troppo, la situazione rischia di peggiorare ancora di più».

Invece, all’interno del paese, non è chiarissima la posizione della società civile: ieri i manifestanti delle opposizioni hanno festeggiato nella piazza principale di Bamako e in serata i militari golpisti hanno condotto tra la folla festante, dopo averli arrestati, il presidente e il primo ministro in una base militare. Ma il portavoce del Movimento 5 giugno, motore della protesta, è uscito con una dichiarazione che prende atto di quello che è successo e si dice contrario a questa azione dei militari. Tutti attendono ora le parole dell’imam Mahmoud Dicko, vero leader del cartello delle opposizioni e uomo simbolo della rivolta, che si è sempre espresso per una soluzione alla crisi attraverso il dialogo.

La situazione è quindi ad un bivio nel Mali travolto dalle contestazioni di piazza degli ultimi mesi che hanno lasciato sul terreno quattro morti e diversi feriti. Il Movimento 5 giugno, che trascina il malcontento diffusissimo delle opposizioni, chiede da tempo le dimissioni del presidente Ibrahim Boubakar Keita – eletto la prima volta nel 2013 e riconfermato nel 2018 – ritenuto non in grado di mantenere la sicurezza nel paese, di assicurare il rispetto del verdetto delle urne e accusato di corruzione e di gestione familiare del potere.

Le elezioni legislative della scorsa primavera, svoltesi in piena emergenza coronavirus e in un bollente clima elettorale – che ha visto il leader dell’opposizione, Soumaila Cissé, messo fuori gioco e rapito dai jihadisti -, hanno esasperato un popolo che non ne può più. Ora, anche sul piano economico, dove la minaccia del Covid-19 ha portato con sé il virus, ben più allarmante, della fame: il 40% della popolazione, secondo i dati dalle Banca Mondiale, vive al di sotto della soglia di povertà.

La crisi viene da lontano. Da quel 2012 dove partì, dalla stesa caserma di Kati dove alti gradi militari hanno innescato ieri il colpo di Stato, il primo golpe che destituì l’allora presidente Amadou Toumani Touré, in grande difficoltà nel controllare i territori del nord presi di mira dai ribelli tuareg rientrati dalla Libia, armati fino ai denti, dopo la caduta di Gheddafi, nel 2011.

In seguito all’alleanza con i gruppi jihadisti, le incursioni si sono fatte sempre più insistenti, fino a minacciare la capitale Bamako. Sono intervenute allora le truppe francesi della missione Barkhane, nel gennaio 2013, per evitare il peggio ma l’instabilità nel paese ha continuato a crescere anche in seguito ai fallimenti di diversi processi di pace. Le azioni jihadiste, ormai, non si contano più in quello che viene chiamato “il triangolo della morte”, il Liptako Gourma, che comprende il sud del Mali, il nord del Burkina Faso e la parte occidentale del Niger, diventata terra di nessuno. O, meglio, terra del califfato.

Nel frattempo, a poco più di ventiquattr’ore dal golpe, la situazione nella capitale è tornata alla normalità. «Quello che a tutti sembra stranissimo – continua padre Berilengar – è che il clima oggi è calmo, le normali attività sono riprese e si vede gente sulle strade che va e viene. Questo è sicuramente un buon segno».

«Mi trovo adesso a 15 chilometri dal palazzo presidenziale e nessuno ha paura», racconta. «Dopo il panico della giornata di ieri, con diversi spari, i negozi hanno riaperto e la vita sembra scorrere come sempre. L’unica incertezza è legata alle persone che condurranno le trattative politiche in vista dei prossimi passi per uscire dalla crisi. Noi ci auguriamo che siano all’altezza di questo compito».

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