Il 1° novembre il progetto di nuova Costituzione algerina sarà sottoposto a referendum, in un’atmosfera sospesa. Il presidente Abdelmadjid Tebboune è stato trasferito il 28 ottobre in un ospedale tedesco per un “controllo approfondito”, dopo che nel suo staff si era sviluppato un focolaio di Covid-19. Non ha dunque partecipato all’inaugurazione, il giorno del Mouloud – la festa per la nascita del Profeta – della sala di preghiera della Grande Moschea d’Algeri. Faraonica e costosissima, costruita dai cinesi al centro della baia di Algeri, è la più grande moschea d’Africa e la terza al mondo dopo la Mecca e Medina. Era stata fortemente voluta da Bouteflika, il presidente decaduto. Intanto nuove  misure di confinamento si preannunciano in diverse regioni del paese.

C’è molta malizia nel nuovo testo costituzionale e in quella data. Il 1° novembre è la festa nazionale più importante dell’Algeria, essendo l’anniversario dell’inizio della lotta di liberazione nazionale lanciata nel 1954 per mettere fine a 130 anni di colonizzazione francese. Malgrado la retorica sfruttata ad arte dal regime a partire dall’indipendenza (1962), è indubbio che attorno a quella data la popolazione algerina si riconosca tutta.

Attese per un plebiscito

Indire un referendum costituzionale il 1° novembre significa chiamare il popolo all’unità, sottinteso attorno al sì. Un plebiscito dunque, non un referendum.  Il lungo preambolo della Costituzione stessa esalta maliziosamente l’aspirazione del popolo alla libertà e all’unità di fronte alle numerose sfide che ha affrontato nella sua storia recente e passata. Ancor meno innocente è la strizzata d’occhio all’Hirak, il movimento popolare spontaneo e nonviolento che ha scosso il paese dal febbraio dello scorso anno, e che, nella sua versione “popolare originale”, troverebbe nella nuova Costituzione «le sue aspirazioni a cambiamenti politici e sociali profondi per la costruzione di una nuova Algeria». Tanto più che «il popolo intende, con questa Costituzione, dotarsi di istituzioni fondate sulla partecipazione dei cittadini e della società civile».

Queste ampollose affermazioni nascondono l’ipocrisia che proprio l’Hirak non ha smesso di denunciare in tutti questi mesi. È evidente il tentativo del regime di appropriarsi di un immaginario Hirak originale da sventolare populisticamente mentre picchia duro sull’Hirak reale, imprigionando un centinaio di suoi esponenti, giornalisti e coloro che si oppongono attraverso i social e i media alternativi. La responsabilità del movimento che ha sospeso la mobilitazione di massa a causa della pandemia è stata sfruttata dal regime per tentare di mettere a tacere l’opposizione. L’Hirak, inoltre, non ha smesso di rivendicare una vera partecipazione popolare alla creazione di nuove istituzioni, cominciando col chiedere a quelle vecchie di farsi da parte.

Un documento fatto in casa

L’elaborazione della nuova Costituzione, invece, è avvenuta tutta all’interno dell’attuale sistema, il progetto è poi stato presentato al Parlamento che lo ha approvato senza discussione. Il sistema che l’ha predisposto è lo steso responsabile della corruzione, del clientelismo, del familismo e del peso esorbitante delle forze armate, che hanno finora caratterizzato l’esercizio del potere. La messa in disparte del clan Bouteflika, il vecchio presidente costretto alle dimissioni dalla protesta popolare, i processi ad esponenti della classe politica ed economica sono un regolamento di conti tra gruppi di interesse e non certo la pulizia richiesta dall’Hirak.

Il testo della Costituzione sottoposto a referendum contiene novità importanti come la limitazione dei mandati presidenziali e parlamentari a due (consecutivi o separati) per favorire il ricambio della classe politica, il divieto di cambiare casacca, e l’introduzione di una Corte costituzionale e di altri organi di garanzia (elezioni, lotta alla corruzione, ecc.). Il sistema rimane, però, quello fortemente presidenziale: solo al presidente spetta – tra le altre prerogative – l’iniziativa di revisione costituzionale,  con largo potere di interferenza nelle istituzioni di garanzia. Vengono promossi i diritti fondamentali, ma la loro esecuzione è demandata alla legge e non senza ragione Amnesty International si inquieta non solo per le possibili interferenze del potere sui diritti umani, ma anche per il clima in cui questi principi vengono affermati, al punto più alto della repressione della dissidenza

Si tratta di un’aperta contraddizione che non lascia ben sperare per il futuro. Inoltre, viene costituzionalizzato il ruolo delle forze armate, chiamate a difendere «gli interessi vitali e strategici del paese in conformità con le disposizioni costituzionali» (art. 30).

Il ruolo di Hirak

Quanto all’Hirak, che negli ultimi mesi ha fatto sporadiche manifestazioni, e che si è mantenuto vivo anche nelle comunità all’estero, in Francia in particolare, non ha alcuna intenzione di mollare la presa. La Costituzione sarà adottata, e il dato più interessante sarà la partecipazione al voto, ma il sistema di potere resterà lo stesso. Per questo il movimento non intende  smobilitare malgrado la repressione che lo colpisce. L’attività è continuata soprattutto via social con un confronto continuo e senza leadership come è stata fin dall’inizio la sua principale caratteristica. Si sono moltiplicati i gruppi di sostegno e le iniziative, l’ultima Nidaa-22, per tenere viva la mobilitazione e l’interesse. Per il movimento non si tratta certo della fine di un’illusione, che non ha mai nutrito, ma la conferma dei suoi più profondi timori.