Rd Congo / L’accordo di Goma
Kinshasa ha trovato un’intesa con la guerriglia filorwandese del nord Kivu. Rimangono tanti nodi da sciogliere. L’analisi delle Rete Pace per il Congo.

Esattamente due mesi dopo l’arresto di Laurent Nkunda, capo dei ribelli filorwandesi del Congresso nazionale per la difesa del popolo (Cndp), gruppo di guerrigliero attivo nel nord Kivu (nell’est della Repubblica democratica del Congo), il 23 marzo è stato siglato a Goma, capoluogo del nord Kivu, un accordo di pace tra il Cndp e il governo di Kinshasa.

L’accordo, sostenuto dalle Nazioni Unite e dall’Unione africana, ha l’ambizione di porre la parola fine ad una crisi iniziata nell’agosto del 2008, quando il Cndp avviò un’offensiva militare: ufficialmente per difendere i tutsi congolesi dai miliziani hutu rwandesi (che dal genocidio del 1994 vivono nell’area e che hanno costituito le Forze democratiche per la liberazione del Rwanda – Fdlr); in realtà per garantire gli interessi, politici e minerari (zinco, coltan, cassiterite, diamanti e oro), del regime rwandese nell’area. Non a caso Nkunda si trova agli arresti domiciliari, e al sicuro, in Rwanda e Kigali non sembra intenzionata a concedere l’estradizione.

Va sottolineato che il Cndp è stato decapitato e, per ora, reso inoffensivo, in virtù di un accordo – assolutamente inaspettato e imprevedibile, e che andrà valutato per le sue ricadute nel lungo periodo – tra Rd Congo e Rwanda, che si è tradotto in un’offensiva militare congiunta in territorio congolese. Le operazioni militari, anche contro i ribelli hutu dell’Fdlr, sono durate quasi un mese e mezzo, dal 20 gennaio a fine febbraio.

L’intesa di Goma impone al Cndp di rinunciare alla lotta armata e di diventare – nientemeno – un movimento politico. Prevede inoltre che il governo di Kinshasa vari un’amnistia per gli ex guerriglieri e liberi i ribelli detenuti. L’orizzonte è quello, già delineato nei mesi scorsi, di integrare una parte degli ex ribelli nelle forze armate congolesi.

Dunque tutto per il meglio? Secondo padre Sivio Turazzi della Rete Pace per il Congo rimangono aperti non pochi problemi. «Innanzitutto – spiega padre Turazzi – va ricordato che i parlamenti di Kinsahasa e di Kigali non erano stati informati dell’operazione militare congiunta, come pure i responsabili del contingente dell’Onu (Monuc). Preoccupa il silenzio con cui sono state condotte le operazioni militari guidate dal capo dello stato maggiore rwandese, James Kabarebe, e dall’ispettore generale della polizia congolese, John Numbi. Le popolazioni civili sono state spesso vittime di rappresaglie».

Per quanto riguarda poi l’accordo di pace, l’esponente della rete di Pace per il Congo rileva che «l’entrata degli ex ribelli del Cndp nei quadri dell’esercito congolese desta preoccupazione tra la gente. Si ha paura che la forte organizzazione militare dei gruppi ribelli condizioni pesantemente le forze armate congolesi, anche perché l’esercito regolare è debolissimo. Si teme che il controllo effettivo dei territorio sia lasciato nelle mani delle stesse persone che fino a qualche settimana fa erano gli oppressori». Nel rilevare che nel governo, nel parlamento e nelle società civile congolesi c’è dissenso sul modo in cui è stato affrontato il nodo Cndp, soprattutto perché premia coloro che la popolazione del Kivu ha vissuto fino a ieri come i responsabili delle violenze e della guerra, padre Turazzi ritiene necessaria «una forte vigilanza da parte della comunità internazionale; comunità che deve anche aiutare la formazione di un esercito nazionale, di un corpo di polizia professionale, e il superamento degli antagonismi locali nel Kivu e in tutto il Congo orientale».

La Rete Pace per il Congo pone l’accento su un tema che può essere fonte di ulteriori tensioni in Kivu: «I tanti anni di guerra hanno trasformato la geografia degli insediamenti ed è importante assicurare un’equa ripartizione della terra (e anche delle risorse minerarie e dei loro proventi) tra le varie etnie e villaggi del territorio. E questo è possibile garantendo la partecipazione, la rappresentanza politica e la co-decisione a tutte le minoranze locali. La prevalenza di un gruppo etnico sugli altri e la mancanza di rispetto dei diritti di proprietà avvelena la pace, anche perché blocca la crescita dell’agricoltura in una terra per sé fertilissima».

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