Timore di scontri
Dopo il voto presidenziale, nell’Rd Congo lo scenario rimane incerto. Kabila ha giurato per il secondo mandato. Ma venerdì giurerà anche l’oppositore Tshisekedi, che contesta la regolarità dello scrutinio.

Quest’oggi, nella capitale Kinshasa, ci dicono fonti locali, la vita va avanti come nulla fosse successo. Altro che presidenziali contestate, altro che brogli… Ieri, Joseph Kabila ha prestato giuramento per il suo secondo mandato quinquennale: a vegliare su di lui, oltre alla guardia repubblicana, un po’ di carri armati e quel campione di democrazia che si chiama Robert Mugabe – i presidenti invitati erano una dozzina, quello dello Zimbabwe è stato l’unico a presentarsi…

Così funzionano la politica e le istituzioni nella Repubblica democratica del Congo. Gli osservatori di mezzo mondo e quelli dispiegati dalla chiesa cattolica congolese hanno denunciato numerose irregolarità nel voto presidenziale del 28 novembre. Per tutta risposta, la Corte suprema di giustizia ha convalidato gli esiti delle urne: 48,95% per Kabila (40 anni, in primo piano nella foto) e 32,33% per il principale oppositore Etienne Tshisekedi (79 anni).

E l’attenzione dell’opinione pubblica, interna e internazionale, è ora sulle prossime mosse dello sconfitto Tshisekedi. Il quale ha annunciato che dopodomani, venerdì 23, giurerà a sua volta come presidente nello stadio dei Martiri. Sarà la scintilla che innescherà uno scontro aperto con Kabila oppure sarà l’atto simbolico d’avvio di un’opposizione che contrasterà in parlamento ogni mossa del governo? Sì perché il 28 novembre c’è stato anche il voto per il rinnovo del parlamento e non pochi osservatori prefigurano che nell’assemblea nazionale la coalizione che fa capo a Kabila non avrà la maggioranza.

In attesa di sviluppi, conviene far mente locale su alcune prese di posizione. L’Unione europea, prudentissima, ha preso atto di quanto è accaduto e si è arrischiata a minacciare di rivedere il proprio sostegno al paese, se anche nel corso dello spoglio del voto legislativo si registreranno irregolarità. Per gli Usa, Hillary Clinton ha definito lo scrutinio mal gestito e privo di trasparenza, auspicando una revisione del processo elettorale. Il capo della diplomazia belga (l’Rd Congo è stata colonia del Belgio), Didier Reynders, ha criticatola scelta della Corte suprema di giustizia.

Prima di loro, il 12 dicembre, il cardinal Laurent Monsengwo Pasinya, arcivescovo di Kinshasa, aveva definito i risultati proclamati dalla Commissione elettorale «non conformi né alla verità né alla giustizia». (rz)