EDITORIALE – OTTOBRE 2019

Riguarda noi, e da vicino, il sinodo dei vescovi per la regione panamazzonica che si sta per aprire a Roma (6-27). Qui è in gioco non una questione regionale per la tutela del più importante polmone verde della terra e la salvaguardia della vita e dei diritti dei suoi abitanti, ma il destino ecologico dell’intero pianeta.

Per questo l’evento sinodale è indirizzato soprattutto a noi affinché ci poniamo in ascolto di ciò che i popoli indigeni della foresta amazzonica intendono comunicarci. Lanciano a noi un grido e un messaggio di salvezza, quasi un’ultima chiamata per evitare che l’umanità vada incontro alla distruzione di sé stessa, distruggendo la vita del pianeta.

Ci chiedono – guarda un po’ – di imitare il loro modello di sviluppo. Li chiamiamo “indigeni” e dentro di noi, seppure con una certa ammirazione per la semplicità di vita, li giudichiamo retrogradi. Il loro modello di sviluppo, invece, è più avanzato del nostro perché fondato su un rapporto di reciprocità tra esseri umani e creato: con la custodia dell’acqua, della terra e della foresta i popoli originari ci insegnano la cura della casa comune, che hanno protetto per secoli.

Un modello virtuoso di economia circolare che non distrugge, non inquina e non sciupa, ma promuove il “buon vivere”. Ed è necessario che prenda il posto del sistema dell’economia globalizzata di stampo liberista, finalizzata al solo profitto, che rapina le risorse della terra, distrugge e inquina.

Il cambiamento che ci è richiesto – la conversione ecologica – si deve fondare su un modo radicalmente diverso di vedere la nostra relazione con la natura, dove noi umani non siamo più al di sopra di ciò che è stato creato, ma semplicemente parte di esso. E sempre in ascolto della saggezza ancestrale, della spiritualità e della cultura indigena. Come ci insegnano gli abitanti originari della foresta amazzonica: «Noi indigeni di Guaviare (Colombia) siamo-facciamo parte della natura perché siamo acqua, aria, terra e vita nell’ambiente creato da Dio» (Documento di lavoro per il sinodo, 17).

Oggi è la Chiesa, sotto la guida profetica di papa Francesco, con il sinodo per l’Amazzonia a farsi paladina di un nuovo modello di sviluppo e a rivolgersi al mondo intero affinché si superi l’emergenza ambientale, per il bene di tutti e della Madre Terra. Per questo abbiamo dedicato il dossier del numero di ottobre al sinodo.

Nigrizia auspica, inoltre, che quanto prima possa realizzarsi un’assise sinodale dei vescovi per la regione del bacino del fiume Congo, altro importante polmone verde del pianeta anch’esso minacciato dall’avidità devastatrice dell’economia imperante.

Nella foto uno sciamano Yanomami, Brasile (Claudia Andujar / Survival)

 

Bacino del fiume Congo
Fiume dell’Africa equatoriale, è lungo 4374 km e scorre quasi interamente nel territorio della Repubblica democratica del Congo, alimentando un imponente ecosistema forestale con innumerevoli specie vegetali e animali. Nasce nella regione del Katanga e ha una portata d’acqua inferiore solo a quella del Rio delle Amazzoni. Vi fanno parte i parchi nazionali di Salonga e Virunga, tutelati anche dall’Unesco (il primo protegge la seconda foresta pluviale del mondo; il secondo ospita specie a rischio, tra cui i gorilla di montagna), che sono stati negli ultimi anni ridotti dal governo congolese per consentire trivellazioni petrolifere.