Padre Claudio Lurati ad Alessandria, nel 2016

Padre Claudio Lurati, missionario comboniano originario di Como, classe 1962, è stato ordinato sacerdote nel 1989 dopo aver studiato teologia al Tangaza College di Nairobi, in Kenya. Dopo i primi anni di servizio in Italia nella comunicazione missionaria, nel 1995 è inviato prima in Sud Sudan e poi in Egitto. Fino a qualche giorno fa Economo generale dei missionari comboniani, è stato nominato il 6 agosto scorso nuovo vicario apostolico di Alessandria in Egitto. Nigrizia lo ha contattato per capire quale missione lo aspetta.

Caro Padre Claudio, Nigrizia non ti fa i complimenti per la nomina, perché servire a questo livello non è la ricerca di un onore o un riconoscimento, ma ritiene che sia un segno missionario importante per questa fascia di terra così travagliata, in questo momento delicatissimo della sua storia. Per questo ti sosteniamo e ti consideriamo già tra i nostri collaboratori.

Quale missione pensi che ti venga affidata in questa terra dove la presenza cristiana, in particolare cattolica, è davvero una goccia dentro all’oceano. Cioè come pensi che possa essere fermento del Vangelo questa piccola presenza? Cosa può testimoniare alla chiesa universale? E dentro il mondo islamico, come vedi questi presenza?

Hai detto bene, è una goccia nell’oceano, perché, tanto per essere precisi, io sono stato nominato vicario apostolico di Alessandria per i cattolici di rito latino. Quindi per i cattolici latini in tutto l’Egitto, anche se la sede storica è Alessandria. Si tratta, per capirci, dei cristiani cattolici che pregano come noi. Perché in Oriente ci sono tanti altri riti cristiani cattolici e non, antichissimi. C’è una grandissima tradizione religiosa e cristiana. La nostra presenza è proprio una goccia nell’oceano perché su una popolazione di oltre 90 milioni di abitanti, parliamo di circa 60mila persone.

Quindi una piccolissima minoranza. Frammento che però ha una grande varietà e forse questo è il messaggio più importante che portiamo con noi, cioè il segno di questa rappresentanza universale che cerca di vivere in armonia, in unità, nell’accoglienza reciproca e nell’attenzione ai più deboli. Infatti, una parte consistente di questa comunità è costituita da profughi o rifugiati provenienti dal Sudan, dall’Eritrea o da altri paesi dell’Africa. In questa sfida l’Egitto vive la sua vocazione secolare all’accoglienza e quindi anche questo è parte di quello che siamo e di quella realtà che mi è stato chiesto di condurre pastoralmente.

La seconda domanda è un po’ più politica. La cronaca di questi giorni ci parla di un governo impegnato ad armarsi sempre di più, anche con sistemi militari provenienti dall’Italia con la “commessa del secolo” mentre diverse organizzazioni per i diritti umani riferiscono di numerosi abusi. Come intendi porti nei suoi confronti?

Si, io non parto con nessun atteggiamento precostituito. Capisco queste preoccupazioni a cui hai fatto riferimento e che sono legittime. Non vedo solo questo però. Vedo una nazione che vive un cammino faticoso. Ha vissuto dieci anni fa un momento importante di svolta, all’epoca chiamata rivoluzione. Movimento popolare che poi qualcuno ha cercato di portare fuori strada facendogli indossare una veste più marcatamente islamista che non era certamente l’intuizione originale. Allora quella stessa nazione si è ribellata di nuovo e ora faticosamente sta cercando di costruire una società che sia per tutti e non solo per un gruppo religioso. Certo è un cammino molto faticoso.

Vedo un popolo che cresce e che ogni anno deve creare praticamente un milione di nuovi posti di lavoro. Vedo un popolo che cammina e riflette. C’è in corso un importante revisione dei testi scolastici proprio per creare le condizioni anche culturali per l’armonia e l’accoglienza tra le diverse religioni. Insomma, vedo non solo quello cui hai fatto riferimento tu. Io vado come ospite perché, oggettivamente, anche se ho già vissuto dodici anni bellissimi in Egitto, sono sempre uno straniero e la comunità di cui sarò pastore è composta in grande maggioranza di persone che non hanno la cittadinanza. Quindi, prima di tutto ringraziamo per essere stati accolti. E cerchiamo di vedere la realtà in tutti i suoi aspetti, più o meno problematici.

In questi giorni i popoli indigeni dell’Amazzomia brasiliana hanno dato l’ultimo saluto a dom Pedro Casaldaliga, vescovo dei poveri fra i poveri. Che ha fatto scelte radicali. Ha scelto di non indossare le classiche insegne dei vescovi, ma i distintivi più chiari della sua appartenenza ai più poveri e alle popolazioni indigene che lui ha difeso per tutta la vita. In un tempo particolare per la chiesa sotto il pontificato di Francesco, come pensi di interpretare il servizio che ti viene richiesto e con quale stile?

Tu fai paragoni che fanno un po’ tremare. Anche se capisco che la cronaca di questi giorni ce li porta alla ribalta e ce li pone davanti in tutta la loro radicalità. Io, come già ho accennato, non ho ancora confezionato nulla. Da pochi giorni è ufficiale questo mio nuovo incarico e quindi, siccome non avevo preparato niente prima, tanto meno adesso ho in mente un modello o uno stile. Il tempo, e soprattutto le persone che servirò e con cui vivrò, mi aiuteranno a capire e a leggere la realtà per saper assumere lo stile che più sarà conforme alle necessità di quella realtà.

Ho già vissuto lì dodici anni e poi ho vissuto in altre parti del mondo. Se c’è una cosa di cui mi sono reso conto (imparato forse è una parola grossa) è che è importante stare molto attenti ai linguaggi e ai gesti della gente. Per scegliere i segni giusti bisogna conoscere bene la realtà. Quindi penso che la priorità per me è l’ascolto, proprio perché nel tempo possano maturare e si possano scegliere i gesti e le parole più adatte a quella realtà, non solo per rendere apprezzabile la nostra comunicazione, ma soprattutto per percepire la comunicazione degli altri che molte volte ha una narrativa tutta sua.

Ci vogliono tempo e pazienza per capire che cosa sta a cuore al mio fratello e alla mia sorella che parlano un’altra lingua o che magari usano la mia stessa lingua, ma con simbologie narrative diverse. Quindi ci vuole tempo per raccogliere questo. Per capire che cosa lui o lei hanno veramente a cuore e per riuscire io a raccontare quello che ho dentro. Per poi scoprire, con molta probabilità, che esiste, tra questi contenuti profondi, una parentela molto forte.