Le “presidenziali” in Uganda
Il presidente ugandese, al potere dal 1986, è stato rieletto con il 68% dei voti. Ma alla vigilia del voto, molti oppositori sono stati “comperati” e il responsabile della missione degli osservatori Ue ha criticato Museveni per un eccessivo dispiego del suo «potere di presidente». Non solo. L’Ordine degli avvocati dell’Africa Orientale (Eals) ha puntato il dito contro le «molte intimidazioni» da parte delle forze dell’ordine.

Venerdì 18 febbraio si sono tenute le elezioni parlamentari e presidenziali. Domenica 20, com’era previsto, il presidente uscente, Yoweri Kaguta Museveni, è stato dichiarato vincitore dello scrutino presidenziale, con il 68% dei voti.

Giunto al potere nel 1986, quando il suo Esercito di resistenza nazionale (Nra), al termine di una guerriglia durata cinque anni, conquistò Kampala e depose Tito Okello, si era poi fatto “ufficialmente” eleggere presidente nel 1996, presentandosi come candidato unico del Movimento di resistenza nazionale (Nrm).

Dopo di allora, ha affrontato le urne nel 2001 e nel 2006, sempre sconfiggendo Kizza Besigye Kifefe, ex colonnello dell’Nra, ex dottore privato di Museveni, e poi passato all’opposizione come leader del Forum per il cambiamento democratico. Pertanto, quando, il prossimo maggio, presterà per l’ennesima volta giuramento, non solo Museveni si confermerà il più longevo capo di stato ugandese, ma si avvierà a essere uno dei più duraturi presidenti africani.

Lo scrutinio è risultato, in generale, pacifico, fatta eccezione per alcuni incidenti in talune circoscrizioni elettorali, dove si sono registrati momenti di tensioni, soprattutto in riferimento al voto parlamentare. Secondo il responsabile della missione degli osservatori inviati dall’Unione europea, Edward Scicluna, il voto ha segnato un miglioramento rispetto ai precedenti appuntamenti elettorali, immancabilmente caratterizzati da brogli, violenze e innumerevoli ricorsi alla Corte suprema. Tuttavia, pur definendo «pacifico» il processo elettorale, Scicluna non ha mancato di far notare «alcune pecche, che potevano essere evitate da parte della Commissione elettorale», quali l’assenza di molti nomi nei registri elettorali.

Se questa volta è mancata la violenza, più pesante è parsa la corruzione, soprattutto da parte di alcuni esponenti del partito di governo. Alla vigilia del voto, numerosi erano stati i casi di oppositori “comperati” con grossi cifre di danaro, senza, peraltro, che i magistrati se ne occupassero minimamente. Scicluna ha anche criticato Museveni per un eccessivo dispiego del suo «potere di presidente», a scapito dei suoi oppositori, primo fra tutti il suo eterno rivale, Besigye, ora alla testa di una Coalizione inter-partitica (Ipc).

Come già nel 2001 e 2006, Museveni ha avuto in Kizza Besigye il suo principale oppositore, che però s’è fermato al 26% dei voti. Distanziatissimi gli altri candidati che erano: Norbert Mao, del Partito democratico (Dp), con l’1,86%; Olara Otunnu, del Congresso popolare dell’Uganda (Upc), con l’1,58%; Beti Olive Kamya, dell’Alleanza federale dell’Uganda (Ufa), la sola donna in lizza, con lo 0.66%; Abed Bwanika, del Partito popolare dello sviluppo (Pdp), con lo 0,65%; Jaberi Bibandi Ssali, del Partito popolare progressista (Ppp), in passato a lungo ministro nei governi di Museveni, con lo 0,44%; e Samuel Lubega, indipendente, con lo 0,41%.

 

 L’Ordine degli avvocati dell’Africa Orientale (Eals) ha puntato il dito contro le «molte intimidazioni» da parte delle forze dell’ordine. Grande, infatti, è stato il dispiegamento di polizia ed esercito in numerose regioni. Ma il generale Kale Kayihura, capo della polizia, e il generale Aronda Nyakairimia, capo delle Forze di difesa, hanno giustificato tale presenza come «opera di prevenzione contro possibili violenze» durante e dopo il voto.

 

Va detto che, in seguito all’ondata di sommosse popolari che ha attraversato il Nord Africa (Tunisia ed Egitto), si era temuto che alcuni gruppi di cittadini potessero dare inizio a una «rivolta stile Egitto» o, peggio ancora, a «scontri violenti stile Kenya-2008». Besigye stesso, a gennaio, non aveva mancato di accennare a una simile possibilità («Una sollevazione popolare in Uganda è persino più probabile che in Egitto e in Tunisia a causa della corruzione che dilaga nel paese»), dando così al governo una scusa per schierare ingenti forze di sicurezza, «per scoraggiare la gente dallo scendere per le strade». La verità è che, come ha fatto notare Wilber Kapinga, capo degli osservatori messi in campo dell’Eals, «i poliziotti e i soldati sono serviti più a intimidire la gente che a garantire la sicurezza».

Besigye ha subito rifiutato di riconoscere i risultati ufficiali, dichiarando di non avere alcuna fiducia nella Corte, composta da persone scelte da Museveni. Si è anche lamentato per le mancate riforme elettorali proposte dall’opposizione: «Avrebbero ridotto di molto le irregolarità elettorali, le quali, guarda caso, giocano sempre a favore del presidente uscente».

La risposta di Museveni non s’è fatta attendere: ha minacciato il rivale di farlo arrestare e sbatterlo in prigione, «se non per le bugie che va dicendo, per il suo tentativo di destabilizzare la nazione». Besigye, di rimando, è tornato a parlare di «possibile resistenza popolare al regime» e giurato che farà in modo che la volontà del popolo prevalga.

 

Una poltrona per otto di Elio Boscaini