Parole del Sud – Novembre 2019

«Aiuto! Noi caciques di otto villaggi indigeni nella regione alta del fiume Tapajós piangiamo e imploriamo soccorso: fate qualcosa perché la vita nostra e della natura non siano distrutte… Non ce la facciamo più. I cercatori d’oro invadono e distruggono le nostre terre. E ci minacciano di morte. Abbiamo saputo che vogliono legalizzare l’estrazione di oro. E che ci sono manifestazioni di sostegno. Non ci rappresentano! Non hanno la nostra autorizzazione. Nel nostro regolamento abbiamo scritto che per qualsiasi decisione che riguarda il nostro popolo dobbiamo essere consultati!».

È il grido disperato dei capi indigeni munduruku, nello stato brasiliano del Pará. Anche fra’ Messias è molto preoccupato. Da anni impegnato come diocesi di Itaituba a fianco dei munduruku, non può più vivere con loro perché ha subìto minacce di morte. Sono le voci soffocate che il sinodo per l’Amazzonia ha cercato di amplificare.

Uno dei risultati più importanti del processo sinodale è, senza dubbio, la visibilità di queste denunce che rafforzano la resistenza dei popoli indigeni e avvicinano ancor più la Chiesa presente tra loro.

Un altro esempio di prossimità della Chiesa è la missione Catrimani, nel cuore del popolo yanomami. Si trova nello stato brasiliano di Roraima, il più a nord, al confine con il Venezuela. Da 50 anni, missionari e missionarie della Consolata fanno esperienza di convivenza con gli yanomami senza l’annuncio esplicito del vangelo: «Essere fratello e sorella dell’altro senza esigere che l’altro sia come me. Proclamare il vangelo in silenzio, con il dialogo e la comunione di vita, facendo crescere la fraternità, la tenerezza e l’amicizia», spiega dom Roque Paloschi, presidente del Consiglio indigenista missionario, che per dieci anni è stato vescovo della diocesi di Roraima.

Il Documento di lavoro del sinodo ha sottolineato il valore del dialogo interculturale e interreligioso. Per quindici volte, il testo fa riferimento alla storia e cultura coloniale installata nella società, e a volte anche nella Chiesa, in Amazzonia.

Dom Roque dice che nel dialogo con altre culture possiamo soffrire «la sindrome della matrioska: siamo uguali, ma tu sei più piccolo di me». La missione Catrimani, spiega il sacerdote della Consolata Corrado Dalmonego, «è risultato di un cercarsi gli uni gli altri, di una sorpresa reciproca: gli yanomami si sorprendevano nel percepire la stranezza dei napëpë (non indigeni), così come questi cercavano di comprendere i loro interlocutori indigeni». Ciò che ha fatto la differenza è stata la presenza costante e stabile dei missionari, che hanno superato la prassi delle visite periodiche per amministrare i sacramenti. Scegliere di stare insieme nutre relazioni di fiducia e di familiarità.

Dom Roque crede che svuotarsi, come ha fatto Gesù, sia l’atteggiamento fondamentale nell’incontro interculturale: «Non si può insegnare senza allo stesso tempo imparare, né dare senza ricevere. La Chiesa, quando si fa servitrice e samaritana, è già un sacramento di Gesù. La parola di Dio non ha bisogno di soppiantare un’altra forma religiosa per farsi presente. Far scomparire una religione è rendere Dio meno presente nel mondo, è aumentare la nostra miopia divina».

Regolamento

Le leggi internazionali (Convenzione Ilo 169) prevedono la consultazione previa, libera e informata delle popolazioni tradizionali, nel caso di installazione di progetti esterni nei loro territori. Non sentendosi rispettati dal governo su questo, i munduruku si sono dotati di un regolamento di autoconsultazione, che definisce princìpi non negoziabili nel discernimento degli indigeni sull’uso delle loro terre.

 

Venezuela

La società e la Chiesa di Roraima sono particolarmente sfidate, sul piano del dialogo interculturale, sia sul tema della convivenza con i popoli indigeni che per quello dell’accoglienza dei molti migranti venezuelani che continuano a entrare in Brasile attraverso questo corridoio.