Le persone di origine migrante che abitano in Europa hanno sofferto e soffrono maggiormente il contagio e gli effetti del coronavirus. A sostenerlo, e a ribadire l’urgenza di stabilire buone pratiche per garantire le vaccinazioni anche a costoro, è il rapporto diffuso dal Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie (Ecdc). Lo studio sottolinea come le cause di questa disparità siano dovute alle condizioni sociali di vita e di lavoro dei migranti.

La maggiore precarietà delle loro occupazioni, il maggior utilizzo dei mezzi pubblici, gli alloggi mediamente sovraffollati in cui vivono, soprattutto nei centri di accoglienza, e le barriere all’accesso alla sanità pubblica, per mancanza di documenti e informazioni o difficoltà linguistiche, sono quel che ha fatto sì che il numero dei contagi, dei ricoveri, dei decessi dei migranti sia stato nettamente superiore, in proporzione, a quello delle popolazioni locali dei paesi in cui risiedono.

Le cause che determinano tutto questo non hanno dunque niente a che fare con le questioni genetiche, ma piuttosto con un’esposizione maggiore ai fattori di rischio. Amplificata dall’impossibilità, per la maggior parte di loro, di accedere alla campagna vaccinale che spesso continua a tener fuori, in vari paesi europei, i migranti irregolari o coloro che, per diverse ragioni, non sono stati inseriti nei circuiti sanitari dei luoghi di residenza. Una discriminazione che contribuisce a determinare ancora di più una disparità numerica tra le popolazioni autoctone e quelle di origine migrante.

Un esempio: in Danimarca, Norvegia e Svezia, secondo quanto evidenziato dal report, il numero di migranti colpiti dal coronavirus è stato proporzionalmente maggiore rispetto al resto della popolazione. In Italia e in Spagna è risultato che le persone migranti abbiano registrato una probabilità più alta di essere ricoverati in ospedale in rapporto ai ricoveri della popolazione locale. Nei Paesi Bassi, Regno Unito, Francia e Svezia sono stati registrati tassi di mortalità più elevati tra i migranti rispetto alla popolazione ospitante.

Se si sposta lo sguardo dai numeri alle cause che hanno determinato questa disparità di contagi, ricoveri e decessi, si comprende che a segnare la differenza sono le condizioni sociali di vita e di lavoro. Diversi focolai hanno interessato le case sovraffollate, i centri di accoglienza o i campi migranti in cui vi era inevitabilmente assembramento o mancavano le norme igieniche di base che tutelavano dalla diffusione del Covid.

I lavori, per lo più precari ed esposti maggiormente al contatto con il pubblico, hanno marcato una discriminazione rispetto al numero dei licenziamenti e a un’esposizione al rischio di contagio più alta.

Al problema abitazione e lavoro, il report dell’Ecdc aggiunge quello delle barriere all’accesso alla sanità pubblica e quindi alla campagna vaccinale. Un gap che si può ancora colmare, sottolinea lo studio europeo, se si interviene in maniera urgente, condividendo modelli e buone pratiche che garantiscano un’inclusione delle persone migranti all’accesso alle vaccinazioni.

Un appello non nuovo per il nostro paese: lo scorso maggio, Gianfranco Costanzo, direttore sanitario dell’Istituto nazionale salute migrazioni e povertà, metteva in evidenza la presenza di oltre 700mila cittadini stranieri presenti in Italia, ma invisibili alla campagna vaccinale. Una falla a cui le regioni ancora oggi provvedono in ordine sparso.

 

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