Schiavitù agricola - Nigrizia
Economia Migrazioni
Europa e caporalato
Schiavitù agricola
Uno sguardo lungo sul caporalato e sul lavoro schiavo tra Italia, Spagna e Grecia. Il rapporto dell’associazione ambientalista Terra racconta di una piaga che colpisce il vecchio continente e, con questo, l’anello ultimo e più debole della filiera agroalimentare: gli uomini e le donne migranti
26 Febbraio 2021
Articolo di Jessica Cugini
Tempo di lettura 7 minuti
caporalato (credito interris.it)
Lavoratori agricoli nel Sud d'Italia (Credit: interris.it)

Non è un fenomeno solo italiano quello del caporalato nelle campagne. Il rapporto E(u)xploitation. Il caporalato: una questione meridionale, Italia, Spagna, Grecia, il cui intento è allargare lo sguardo oltre la nostra penisola per raccontare cosa accade altrove, mostra che è una sorta di filo rosso che attraversa la fascia mediterranea, declinando il lavoro bracciante nelle medesime modalità anche in Grecia e Spagna.

Parafrasando una regola base della matematica, si potrebbe dire: cambiando l’ordine degli stati europei, il risultato non cambia. Tutte e tre le nazioni registrano un’elevata presenza straniera, con numeri che sono di certo a ribasso rispetto alle braccia che popolano le campagne, dove si nascondono vite irregolari, segnate innanzitutto da politiche migratorie difettose e dalla totale assenza di stati che mancano di vigilare sul costo del lavoro e sul mancato rispetto dei diritti umani.

Due aspetti che favoriscono il diffondersi di uno sfruttamento che ha arricchito e arricchisce il settore agroalimentare di un sistema capitalistico che si fonda sempre di più sul lavoro schiavo, appannaggio del caporalato, e sempre meno su un’occupazione regolare gestita da un corretto collocamento pubblico.

E se già tutto ciò era noto, è diventato ancora più evidente con la pandemia del Covid-19 che ha messo in luce non solo il ruolo fondamentale che nella filiera agroalimentare ricopre la manodopera migrante a basso cosso, ma la diffusione e soprattutto la necessità di questo tipo di manodopera agricola.

Il report dell’associazione ambientalista Terra è stato diffuso all’indomani di un altro grande lavoro, quello del XXVI Rapporto sulle immigrazioni 2020 dell’Ismu, che arriva alle medesime conclusioni: la crisi sanitaria ha avuto l’effetto di evidenziare una dipendenza dal lavoro migrante in questo settore, tanto da dover invocare, davanti alle restrizioni di mobilità transnazionali, dei “corridoi verdi”.

Alti i numeri dei braccianti che non hanno potuto raggiungere i campi: in Italia a marzo dello scorso anno la Coldiretti stimava 370mila lavoratori in meno, per lo più manodopera dell’Est; in Spagna, solo dal Marocco, mancavano all’appello 16mila raccoglitrici di fragole e frutti di bosco.

Sud Italia

La parte italiana del rapporto, raccontata da Fabio Ciconte e Stefano Liberti, si sofferma su tre aree del sud Italia: l’Agro pontino nel Lazio, che con i suoi 9mila ettari di produzione del kiwi ha il primato mondiale di produzione di questa tipologia di frutto; la Piana del Sele in Campania e il Foggiano, la vasta area pugliese divenuta centro di produzione italiano dell’asparago verde.

È il sud infatti, la parte d’Italia da cui dipende la quasi totalità della produzione ortofrutticola nazionale. È a partire da qui, che la Grande Distribuzione Organizzata compra ciò che rivende a livello nazionale. Il 70% delle produzioni agroalimentari è acquistato dalla GDO con aste a doppio ribasso, che finiscono per incidere sullo sfruttamento dei lavoratori, per lo più stranieri e irregolari.

Negli ultimi trent’anni, dal 1989 a oggi, il volto dei braccianti nelle campagne è cambiato, secondo uno studio Crea, il numero degli italiani si è ridotto di due terzi, mentre quello straniero è 15 volte più alto.

Non sono mai venute meno invece le forme di lavoro schiavo e di caporalato, come aveva denunciato già da allora Jerry Masslo, affiancato dal lavoro a cottimo, retribuito a seconda del numero dei mazzetti raccolti: per i ravanelli 0,02 centesimi ogni dieci; dal lavoro grigio: una parte delle ore denunciate e contrattualizzate in modo regolare, un’altra invece pagate sottobanco; dal continuo aumentare del numero delle cooperative senza terra, imprese fittizie che inseriscono negli elenchi agricoli persone non braccianti che poi accederanno ai sussidi Inps al posto dei migranti che invece lavorano.

Che si raccolgano pomodori, angurie o asparagi, la vita si consuma attorno a ghetti di baracche di plastica o legno, senza servizi igienico-sanitari e sempre abbastanza lontano dai centri abitati. Insediamenti informali, dove d’estate vivono fino a 5mila persone, riconducibili a tre profili: richiedenti asilo in attesa di soggiorno; richiedenti “diniegati” quindi buttati fuori dall’accoglienza e quelli cui è già stato consegnato un foglio di via.

Il reclutamento spagnolo

Mariangela Paone, curatrice della parte spagnola, approfondisce due aree: la Murcia, tra le regioni spagnole di maggiore produzione agricola, chiamata, grazie ai suoi 470mila ettari di terreni “huerta de Europa” (orto d’Europa) e la provincia andalusa di Huelva, famosa per la raccolta delle fragole, di cui la Spagna è prima esportatrice mondiale. Anche qui, si scrive industria agroalimentare e si legge sfruttamento con contratti fasulli, in cui si dichiarano meno ore rispetto a quelle lavorate e con una retribuzione che niente ha a che fare con il contratto collettivo del comparto.

Spesso, nella regione della Murcia, i contratti sono intestati a dei prestanome che hanno una residenza regolare e servono agli stranieri irregolari della stessa nazionalità per poter accedere a contratti di un giorno, funzionali a dare una parvenza di legalità nel momento in cui ci sono i controlli. Controlli fantasma in realtà, visto che negli ultimi dieci anni il numero degli ispettori del lavoro è rimasto sempre uguale: 1.866 per tutta la Spagna.

Il discorso cambia per Huelva, dove invece viene utilizzato il modello della “contractación en origen”, il reclutamento nei paesi di origine. Le raccoglitrici di fragole che provengono per lo più dal Marocco vengono selezionate da un’apposita delegazione che si reca nello stato africano. Nel 2020 dovevano essere 20.125 le lavoratrici chiamate alla raccolta: 13.665 erano donne che già avevano lavorato in Spagna, 6.500 erano invece nuove reclute.

Con l’inizio del Covid, il governo ha sospeso l’accordo e solo poco più di 7mila donne sono riuscite a raggiungere la loro destinazione lavorativa. Finita la raccolta però, con la chiusura delle frontiere sono rimaste intrappolate per settimane a Huelva senza poter fare ritorno a casa. Questo ha fatto sì che i pochi soldi guadagnati, con cui solitamente le marocchine riescono a mantenere la famiglia per un anno intero, sono andati in fumo.

Ma se l’ingresso è regolamentato e avviene in sicurezza, le condizioni di vita rimangono quelle vissute dai migranti sia in Italia che in Grecia: i prefabbricati costruiti accanto alle serre dove si raccolgono le fragole, lontani chilometri dai centri abitati, sono sovraffollati e in condizioni igieniche precarie. Le raccoglitrici lavorano per 11/12 ore al giorno in cambio di 35/40 euro. In busta paga però non vi è traccia di tutto questo, spesso i giorni di lavoro denunciati regolarmente sono solo due.

I voucher della Grecia

A scrivere di Grecia, soffermandosi sulla realtà della Manolada, regione del Peloponneso, è Apostolis Fatiadis. Nella stagione lavorativa tra fine autunno e inizio primavera, in questa parte della Grecia arrivano tra gli 8mila e i 10mila braccianti, il cui compito è raccogliere le migliaia di tonnellate di fragole che poi verranno esportate in vari paesi dell’Unione europea, Balcani e Russia.

La maggior parte di questi raccoglitori arrivano senza documenti. Sono una manodopera importante, se si tiene conto del fatto che il 90% di coloro che lavorano nel settore agricolo in Grecia sono migranti.

Migranti che pagano una “tassa” di un euro al giorno a quei caporali cui devono il lavoro. Sono questi ultimi infatti, a fare da intermediari con i produttori che comunicano il numero dei braccianti che servono ogni mattina. La manodopera agricola è per lo più composta da uomini, che ricoprono lavori informali, sottopagati e irregolari, retribuiti attraverso una modalità che, fino a qualche anno fa, valeva anche in Italia: i voucher.

E anche in Grecia, come in Italia, il voucher, pensato per agevolare e semplificare la retribuzione e il pagamento dei contributi, ha finito per essere strumento di copertura per l’illegalità e lo sfruttamento. In mancanza di un sistema di controllo sulla regolarità della sottoscrizione, l’effettiva registrazione delle giornate avviene solo in prossimità dei (pochissimi) controlli.

Tre paesi, un’unica realtà: quella della subalternità delle lavoratrici e lavoratori migranti, quella del caporalato e del lavoro grigio. Il costo reale delle offerte commerciali che fanno gola a chi acquista a basso costo è un costo di vite e di diritti, un costo denunciato da anni che ha necessità di controlli e regolamentazione che rendano antieconomico lo sfruttamento.

 

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