L’editoriale di Nigrizia
Spiccando un mandato di cattura contro il presidente sudanese, Omar El-Bashir, accusato di crimini contro l’umanità, e invitando il mondo ad arrestarlo, la Corte penale dell’Aja sbatte il “cartellino rosso” in faccia alla comunità internazionale: la tanta sbandierata volontà di portare pace in Darfur non è più credibile.

Dopo la Seconda guerra mondiale, nacquero i Tribunali internazionali di Norimberga (1945) e di Tokyo (1946). Sullo sfondo delle due importanti corti, solo vittime, macerie e crimini impuniti. Lo scopo era di fare in modo che si trovassero i responsabili di reati perpetrati contro esseri umani. E si pensò che stesse nascendo la volontà non solo di non restare indifferenti davanti a violazioni dei diritti umani più elementari, ma anche di prevenirle.
Nel 1947, fu dato l’incarico alla Commissione di diritto internazionale di progettare lo statuto di un tribunale permanente e un codice di crimini contro la pace e la sicurezza dell’umanità. Ma ci vollero decenni solo per mettersi d’accordo sul significato dei termini, senza mai giungere a qualcosa di fatto. Consideriamo la Convenzione del 1948, che costituisce l’unico strumento di riferimento per la repressione del genocidio e si pone come il solo mezzo disponibile per la sua prevenzione. Ebbene: fino ad oggi ha represso – e ancora meno prevenuto – ben poco. Nell’editoriale di settembre 1974, Nigrizia scriveva: «Se non sono in ballo i propri interessi, la comunità internazionale non si muove. Sceglie invece di temporeggiare, trincerandosi dietro a ciniche definizioni giuridiche e dicendo: “Si tratta soltanto di massacri, eccidi, ‘politicidi’, ‘democidi’… ma da qui a genocidio ce ne corre!”. E così, il grido “mai più” è diventato un mero slogan. Da ripetere stancamente e inutilmente».
I lavori per la creazione di un Tribunale internazionale ripresero solo nel 1990, su incarico dell’Assemblea Generale alla Commissione di Diritto Internazionale. Nel 1993, l’Assemblea generale diede il mandato alla Commissione di presentare una bozza di Statuto della Corte penale internazionale permanente. L’anno successivo fu nominato il Comitato preparatorio, che nel 1998 votò la bozza finale dello Statuto: fu stabilito che la Corte penale permanente avesse competenza non solo sul crimine di genocidio e sui crimini di guerra, ma anche in merito ad alcuni reati contro l’umanità e all’aggressione internazionale.

Il 4 marzo, questa Corte ha spiccato un mandato di cattura contro Omar El-Bashir, presidente del Sudan, accusato di crimini contro l’umanità commessi in Darfur. La Corte non ha fatto altro che il suo dovere: ha raccolto prove, testimoniane ed evidenze ed ha emesso il verdetto. E l’ha fatto come corte indipendente, non “politicamente orientata”. La separazione dei poteri deve valer anche a livello internazionale.

Invece, ecco che molti maître à penser si stracciano le vesti. La corte – affermano – avrebbe dovuto riflettere più attentamente sulle conseguenze del suo operato. Qualcuno s’è spinto fino al punto di affermare che un mandato di cattura internazionale dovrebbe essere spiccato contro un “tiranno” (o un colpevole) già arrestato (vedi Miloševic), così che non possa fare ritorsioni proprio contro coloro che si vuole proteggere. Ma non si era deciso di fare tutto il possibile per prevenire i crimini contro l’umanità?
È vero che un simile mandato di cattura, spiccato contro Joseph Kony, il leader del famigerato Esercito di resistenza del Signore (Lra), operativo nel Nord Uganda per 20 anni e responsabile di 100mila vittime, 30 mila bambini rapiti e 1,6 milioni di sfollati, non ha portato all’arresto del colpevole. Ma di questo non si può certo incolpare la Corte, che non ha una sua forza di polizia. Dopo il verdetto di una corte, tocca alla politica decidere sul da farsi e all’amministrazione agire.
L’esame di coscienza lo dovrebbe fare la comunità internazionale, non i giudici della corte. I quali, se la si vuole dire tutta, hanno avuto un solo torto: quello di avere spiattellato in faccia al mondo intero la sua più totale incapacità di impedire, prevenire e punire certi crimini.
«Bisogna dare al processo di pace la possibilità di svilupparsi», s’è detto da più parti. E lo si ripete tutt’oggi, dopo la pubblicazione del verdetto. Bugie! In verità, si vuole soltanto poter continuare a fare affari in Sudan. Pechino vuole continuare a bere il greggio sudanese; altri governi occidentali vogliono garantire alle loro ditte di poter lavorare a Khartoum, che è oggi uno dei più grandi cantieri dell’intero continente.
Washington, Londra, Parigi, Pechino, Khartoum, Il Cairo… l’Onu, l’Unione europea, l’Unione africana, la Lega araba, il mondo intero, da 6 anni ormai vanno dicendo che stanno impegnandosi per portare la pace in Darfur. Bugie! Quando il segretario generale dell’Onu ha chiesto di poter aumentare il numero della forze di pace nella martoriata regione sudanese, non ha trovato un solo governo disposto ad accollarsi, anche solo in parte, l’onere dell’operazione (in termini di finanze e di personale).
Riteniamo che il procuratore generale della Cpi, Moreno Ocampo, abbia concesso alla comunità internazionale più del tempo necessario per mostrare che davvero intende portare la pace in Darfur. A un certo punto, non ha più creduto alle promesse e ha mostrato al mondo il “cartellino giallo”. Ieri, i giudici della Cpi, hanno deciso di estrarre il cartellino rosso. E il significato del verdetto è chiaro: «In Darfur la gente viene uccisa, ma il mondo non si muove». Mentre s’è mosso – e molto in fretta – quando alcune delle principali banche hanno dichiarato banca rotta e gli indici delle borse mondiali hanno cominciato ad avere il segno meno.
Una nota finale. Oggi i giornali insistono con il sottolineare la particolarità del verdetto della Cpi: sarebbe la prima volta che un mandato di cattura viene spiccato contro un presidente in carica. Non è vero. Charles Taylor, presidente della Liberia, uscì di scena nell’agosto nel 2003, “accolto” in Nigeria, quando era già “titolare” di un mandato di cattura della Cpi (con sede a Freetown, capitale della Sierra Leone), spiccato contro di lui nel marzo di quell’anno per crimini di guerra e crimini contro l’umanità commessi durante la guerra civile in Sierra Leone. In quell’occasione, i maître à penser commentarono: «Il verdetto mostra l’interesse che il mondo intero ha per i destini dell’Africa». Questo interesse è sparito oggi?

Non sorprende che tra i pochissimi governi africani che hanno accolto favorevolmente la decisone della Cpi ci sia quello della signora Ellen Johnson-Sirleaf, presidente della Liberia post-Taylor.