Bologna / Mostra Museo Civico Archeologico
Fino a luglio, Egitto splendore millenario. La collezione Leiden a Bologna. Percorso espositivo in sette sezioni cronologiche e tematiche, che riunisce reperti provenienti dalla città olandese, da Firenze e da Torino.

Chissà che cosa avrebbe detto Pelagio Pelagi se avesse visto Egitto splendore millenario. La collezione Leiden a Bologna, la mostra ospitata fino al 17 luglio dal Museo civico archeologico del capoluogo emiliano. C’è da scommettere che lui – uno dei pittori più sensibili all’egittologia e generoso collezionista che regalò tutta la sua collezione egiziana al museo bolognese – sarebbe uscito dal museo rattristato. Perché se nel corso dell’800 Pelagi aveva acquistato oltre tremila diversi reperti egiziani, mille dei quali dal triestino Giuseppe Nizzoli – cancelliere presso il consolato d’Austria in Egitto la cui moglie, l’allora 19enne Amalia Sola, fu una delle prime a scavare nel paese delle piramidi – lo stesso non si può dire dei suoi concittadini, gli antenati di quanti (per ora 80mila) stanno affollando in questi mesi le sale del museo. Nessuno seguì le sue orme e i bolognesi si fecero superare dagli olandesi di Leiden che ora espongono in questa mostra i tesori che hanno trovato nella terra tanto amata dal pittore.

«A inizio ’800 la collezione bolognese competeva con le principali collezioni europee ? spiega a Nigrizia Paola Giovetti, curatrice della mostra, insieme all’egittologa Daniela Picchi ?. Fino alla metà dell’800, Leiden e Bologna hanno avuto una storia analoga e parallela. Le loro collezioni egiziane si formarono nella stessa maniera grazie a donazioni e acquisti sul mercato antiquario, soprattutto negli anni ’20 dell’800. Diversamente dall’Italia, in seguito l’Olanda iniziò anche a scavare in Egitto, cosa che noi non abbiamo fatto. Questo spiega il suo salto in avanti. Come partage ricevette molti materiali. La collezione bolognese invece si fermò con la donazione di Pelagi, fatta eccezione per alcune altre donazioni».

Ecco perché gli oggetti provenienti da Leiden, unendosi a quelli già presenti nella sezione egiziana del museo bolognese e a quelli arrivati da Firenze e Torino, sono reperti preziosi di quest’itinerario espositivo che, suddiviso in sette sezioni cronologiche e tematiche, fornisce una chiave di lettura interlocutoria di ogni fase di sviluppo della civiltà egiziana. 

Culto degli animali
Dalle origini della sua storia si intraprende un percorso che, attraversando 4mila anni, conduce all’epoca greca e romana, iniziata con la conquista del paese da parte di Alessandro Magno (332 a.C.) e suggellata dalla sconfitta di Cleopatra ad Azio (31 a.C.). Periodo in cui l’Egitto diventa un paese multiculturale e multilingue, la cui complessità culturale e linguistica è riscontrabile in ogni tipo di manifestazione artistica come le stele funerarie in mostra che uniscono elementi di tradizione egiziana e di derivazione straniera. Si passa dai richiami al libro dei morti – un importante testo funerario degli egiziani che raccoglie le formule magiche utili al defunto per percorre il suo viaggio verso l’aldilà – al culto degli animali.

Culto secondo il quale ogni divinità ha un animale sacro in cui può manifestarsi il divino. Ed è lo stesso Erodoto – storico che venendo dall’Egitto scrisse di avervi visto cose che i greci neanche si potevano immaginare – a spiegare l’esistenza di alcuni segni speciali che distinguono l’animale sacro dagli altri che sono spesso sacrificati come offerte votive nei centri di culto delle principali divinità del Pantheon egiziano.

Tra queste Osiris, divinità che rappresenta la possibilità, se non la certezza, della vita ultraterrena e alla quale è dedicata la terza sezione della mostra. Morto per mano del fratello Seth che fa a pezzi il suo corpo gettandolo nel Nilo, Osiris viene ricomposto dalla dea Isis che, dopo aver assemblato i suoi resti, ci si unisce sessualmente per dare alla luce il piccolo Horo.

Saqqara
Ma è soprattutto nella sezione dedicata alla necropoli di Saqqara che, proprio 200 anni dopo “l’archeologia di rapina” che ha arricchito l’Europa di molte antichità, Leiden e Bologna mostrano i frutti della loro collaborazione legata all’attività di scavo in questa necropoli egizia. In primis, gli importanti frammenti parietali della tomba di Horemheb, generale al servizio di Tutankhamon, la cui tomba è stata riportata alla luce in più fasi dagli olandesi – ma i cui principali rilievi arrivano a Leiden e a Bologna, grazie a Pelagi, già a inizio ’800 – a Saqqara dove questa tomba non solo non fu mai completata, ma non ospitò mai l’uomo divenuto l’ultimo sovrano della XVIII dinastia (1319-1292 a.C.) che si fece in realtà seppellire nella Valle dei re.

E poi le statue di dimensioni superiore al naturale dello scriba Maya e della cantrice Meryt, vissuti nel Nuovo regno, tra il regno di Akhenaton (1335- 1336 a.C.) e quello di Horemheb. Inseparabili, in vita come in morte. Furono infatti tumulati insieme in una tomba forse addirittura più sontuosa e raffinata rispetto a quella di Tutankhamon. Eppure né il tesoriere Maya, né la sua amata Meryt erano faraoni o loro lontani parenti. Erano però una coppia di potere. Lui, figlio di un magistrato, iniziò la scalata come maestro cerimoniere ai funerali dei sovrani, per poi diventare esattore capo, portatore del vessillo reale e infine organizzatore delle offerte, carica che ricopriva quando morì. E lei non era certo da meno, essendo una cantrice dalle funzioni para-sacerdotali, nel culto di Amon, e una influente presenza a corte. Visitando la mostra si possono vedere sia due statue singole della coppia sia quella doppia dove sono inseparabili. Reperti che fino ad ora non erano mai stati concessi in prestito dal museo di Leiden che le ha acquisite nel 1829, grazie alla missione del console olandese Giovanni Anastasi.

Il loro arrivo a Bologna testimonia la portata della partnership che unisce il capoluogo emiliano a Leiden. Collaborazione coronata dal progetto “Horemheb & Saqqara” destinato a sugellare il percorso di restauro architettonico e di integrazione iconografica avviato già negli anni settanta del ’900 nelle tombe di Saqqara scavate dal museo olandese. Il Museo civico archeologico di Bologna ha realizzato le copie di due lastre parietali appartenenti alle tombe del generale Horemheb e del ciambellano reale Ptahemwia. Chi visita la mostra può vedere le originali, ma dal 2013 queste due repliche sono state donate alle autorità egiziane e posizionate a Saqqara. La partnership con Leiden ha portato però altri frutti, permettendo all’egittologa Picchi di poter partecipare per due anni agli scavi olandesi in Egitto.

Il suo lavoro, così come la mostra bolognese, testimoniano non solo la seduzione esotica cha da sempre esercita il mondo dei faraoni sull’Occidente, ma anche l’obiettivo di togliere il velo di mistero che da sempre offusca la comprensione dell’Antico Egitto e della sua cultura troppo spesso “bignamizzata” in stravaganti ed enigmatiche figurine.