Sta progressivamente peggiorando il clima ad Abyei, la regione petrolifera contesa tra il Sudan e il Sud Sudan, abitata dai dinka Ngok ma attraversata ogni anno dai missiriya che, durante la stagione secca, accompagnano le numerose mandrie nei pascoli a sud del Bahr al Arab (Fiume degli Arabi, conosciuto anche come Kiir River) e le riportano nel proprio territorio, a nord, all’inizio della stagione delle piogge.

Dall’inizio di quest’anno si sono susseguiti sanguinosi scontri. Nel più cruento, il 22 gennaio nel villaggio dinka di Kolom, 32 persone hanno perso la vita, 24 sono rimaste ferite, 15 bambini sono stati rapiti e numerose abitazioni sono state incendiate. L’attacco sarebbe stato provocato dall’uccisione nello stesso villaggio di tre missiriya.

Da allora lo stillicidio è continuato. Secondo la missione di pace, Unisfa, composta da militari etiopici, dall’inizio di aprile si sono verificati quattro episodi, in un ciclo di vendette che sembra non avere fine. L’ultimo attacco è di lunedì scorso. E’ stato denunciato da Kuol Alor Jok, il “governatore”, capo della Speciale area amministrativa di Abyei, Sud Sudan (South Sudan’s Abyei Special Administrative Area).

Nel  comunicato ufficiale afferma che 4 uomini sono rimasti uccisi nell’attacco di miliziani missiriya al villaggio dinka di Mabok, 17 miglia a sud est della città di Abyei. I miliziani hanno inoltre rapito due bambini, razziato un centinaio di capre (segno dell’impoverimento della popolazione che in anni migliori allevava bovini) e incendiato numerose capanne. Kuol Alor Jok si appella alla missione di pace perché arresti i colpevoli.

Dialogo tra sordi

Il clima è così incandescente che sono di fatto falliti anche i tentativi dell’Unisfa di facilitare il dialogo tra i leader delle due comunità. Gli incontri del 16 marzo e del 9 aprile si sono conclusi con assicurazioni di impegno ad una convivenza pacifica, immediatamente naufragati, e senza alcun accordo sulla rotta di transumanza, il ché significa che il conflitto non si fermerà.

D’altra parte la missione di pace ha perso progressivamente autorevolezza, tra i dinka in particolare, non essendo riuscita a difendere i civili e avendo assistito senza intervenire al progressivo stanziamento di comunità missiriya sulle terre di Abyei, espropriando di fatto i dinka Ngok di parte dei loro territori ancestrali, denunciano i leader tradizionali.

La questione referendaria

Il punto focale da 15 anni resta lo stesso: stabilire chi alla fine otterrà la sovranità su Abyei e sul suo petrolio. Secondo gli accordi di pace del 2005, che hanno messo fine alla guerra civile sudanese spianando la strada all’indipendenza del Sud Sudan, la delicata questione avrebbe dovuto essere decisa con un referendum, mai organizzato. Sudan e Sud Sudan non hanno mai trovato l’accordo su chi avrebbe dovuto essere chiamato a votare.

I dinka Ngok, appartenenti al gruppo etnico maggioritario in Sud Sudan, sostenuti da Juba, affermavano che dovevano essere coloro che hanno i diritti tradizionali sulla terra. I missiriya, sostenuti dal passato regime islamista al potere a Khartoum, vantavano invece il diritto al voto per l’interesse specifico sul territorio necessario al passaggio delle loro mandrie. La mediazione avrebbe potuto essere la concessione della residenza, dunque l’insediamento dei missiriya, funzionale agli interessi del Sudan.

Ferite ancora aperte

Ora la risoluzione della questione di Abyei sembra uscita dall’agenda delle priorità sud sudanesi. I dinka Ngok hanno espresso molti leader autorevoli dell’Splm, il fronte di liberazione che è ora il partito di governo a Juba. Ma sono stati progressivamente emarginati dal circolo del presidente Salva Kiir (i clan dinka del Bahr el Gazal), che li ha bollati come esponenti dei  “Garang boy”, cioè sostenitori della visione politica del defunto leader dell’Splm, John Garang, che voleva una trasformazione del potere a Khartoum, piuttosto che la secessione del Sud Sudan.

Nella guerra civile sud sudanese i leader dinka Ngok, con altri, sono stati prima arrestati e poi prosciolti dall’accusa di aver tentato un colpo di stato, e infine mandati in esilio. Alcuni, come l’ex ministro degli esteri Deng Alor, hanno cercato di rimanere neutrali.

Altri, come il capo della Commissione per Abyei, Edward Lino, si sono schierati con l’opposizione di Riek Machar. Lino è morto nei giorni scorsi in esilio, in un ospedale indiano. Era un leader autorevole e molto rispettato. Nessun messaggio di cordoglio ufficiale risulta diffuso fino a questo momento. In Sud Sudan è stato ricordato solo da un altro leader dell’opposizione, Lam Akol, esponente di rilievo del terzo gruppo etnico sud sudanese, gli shilluk, anche lui di fatto per ora emarginato.

Minare Abyei per colpire Khartoum

Sembra invece che l’instabilità crescente ad Abyei sia da leggere piuttosto come uno dei numerosi tentativi di minare il nuovo governo di Khartoum. Le milizie missiryia sono sempre state al soldo del regime islamista del presidente Omar Hassan El-Bashir, deposto l’anno scorso da un’insurrezione popolare.

Il nuovo governo, che sta guidando una delicata e faticosa transizione, ha dichiarato fin dal giorno dell’insediamento che la pacificazione del paese è tra le priorità massime, insieme alla risoluzione della crisi economica e alla nascita di istituzioni democraticamente elette. Le crescenti tensioni ad Abyei vanno nella direzione opposta. Molti ci vedono lo zampino del vecchio regime che aveva promesso le terre dei dinka Ngok ai missiriya, i quali si sono visti sfuggire l’ambita preda, alla quale non hanno intenzione di rinunciare.

Molto probabilmente la questione dell’appartenza di Abyei tornerà ancora d’attualità solo dopo la risoluzione dei problemi politici e di governo a Juba e a Khartoum. Per ora rimane un punto caldo, nel cuore di una regione instabile che potrebbe deflagrare in ogni momento. E, secondo diversi osservatori, la miccia potrebbe essere accesa proprio dai sostenitori del deposto regime che cercherebbero di usarla come leva per impedire la stabilizzazione del Sudan.