Boko haram / L'accusa di Amnesty
Amnesty International ieri ha accusato le autorità nigeriane di essere venute a conoscenza in anticipo degli attacchi dei Boko haram a Baga e Manguno lo scorso 3 gennaio, ma di non aver agito in difesa della popolazione. Intanto ad Addis Abeba l'Unione Africana sta pensando a come agire e le elezioni sono alle porte.

Le autorità nigeriane sapevano degli attacchi che Boko haram avrebbe sferrato a Baga e Manguno il 3 gennaio, nel nord est del paese, ma non hanno preso misure adeguate per difendere la popolazione civile. In quell’occasione morirono centinaia di persone. Le accuse, forti e dirompenti, arrivano attraverso una nota da Amnesty International attraverso la quale ha anche presentato le prove di quanto afferma.

Una denuncia che arriva mentre ad Addis Abeba, capitale dell’Etiopia, è in corso la riunione dell’Unione Africana con all’ordine del giorno, proprio, la crisi nigeriana legata ai Boko haram. Domani e dopo, durante la sessione plenaria dei capi di stato vedremo se sono state appianate le divergenze che impediscono alla forza militare, creata nel 2014 dai sei paesi dell’area interessata dal problema, di diventare operativa.
Tali difficoltà sono causate dal dissenso tra la Nigeria, che ne ha perso il comando passato nelle mani di N’Djamena, e i suoi vicini (Camerun, Ciad, NIger e Benin).

L’inviato speciale dell’Onu per la regione, Hiroute Guebre Sellassie, ieri ha ribadito la sua posizione da Addis Abeba. «È tempo di passare all’azione – ha detto – e di prendere consapevolezza del pericolo di Boko haram per l’insieme del continente africano». L’inviato speciale ha poi sottolineato che la Nigeria «non può più affrontare il problema da sola. Boko haram non è più confinato alla Nigeria. Vediamo un afflusso di profughi verso il Niger, il Camerun e perfino il Ciad. Il Sahel è sempre più coinvolto», ipotizzando che proprio nel nord del Mali, i miliziani islamisti nigeriani, avrebbero “impiantato” un campo di addestramento.

Si intensifica, intanto, l’afflusso di profughi in Ciad. Dall’inizio dell’anno sono circa 14mila le persone fuggite dalle violenze degli islamisti. Il dato è contenuto in un rapporto dell’Ufficio di coordinamento degli affari umanitari dell’Onu (Ocha). «Più di 14mila persone – si legge nel rapporto – sono arrivate dalla Nigeria dall’inizio del 2015 e gli arrivi proseguono a un ritmo di 774 persone al giorno». Secondo l’Ocha i profughi potrebbero crescere in maniera esponenziale, creando notevoli problemi umanitari nei paesi di arrivo.

Il nodo, dunque, rimane cosa decideranno di fare i capi di Stato africani per affrontare un’emergenza, non solo militare, ma anche umanitaria che rischia di contagiare tutta la regione. Ma il punto è anche come la Nigeria e le sue forze armate e di sicurezza, reagirà agli attacchi di Boko haram e soprattutto “se” reagirà, perché troppo spesso i miliziani agiscono indisturbati. Le caserme si svuotano prima ancora di combattere. Il rapporto di Amnesty lo denuncia apertamente. Infatti, sottolinea che secondo un’alta fonte militare da loro intervistata, molto prima dell’attacco di Baga e Monguno il 3 gennaio, in cui sono morte circa 2000 persone, la task force multinazionale presente nella città aveva informato i vertici militari nella capitale Abuja che Boko Haram stava radunando mezzi e uomini per attaccare e che un gran numero di abitanti delle città e dei villaggi vicini stavano lasciando la zona. Ma le autorità nigeriane non hanno fatto nulla, hanno disatteso anche l’imperativo di proteggere la loro gente, consentendone l’evacuazione in luoghi sicuri e protetti.

Il direttore di Amnesty per l’Africa, Netsanet Beley, ha voluto sottolineare che questi attacchi sono un urgente monito per le autorità nigeriane, l’Unione africana e la comunità internazionale. «È imperativo proteggere centinaia di migliaia di civili nel nord-est della Nigeria dai continui massacri».
Se ad Addis Abeba il Consiglio per la pace e la sicurezza dell’Unione africana autorizzerà il dispiegamento di una forza regionale per contrastare Boko Haram, ha concluso Beley, «è fondamentale che questa forza abbia un mandato chiaro per proteggere i civili e che tutte le parti coinvolte in operazioni militari rispettino i diritti umani e il diritto internazionale umanitario».

Comunque non è solo Amnesty a lanciare accuse alle istituzioni militari e politiche nigeriane, ma anche la popolazione stessa. Proprio oggi un gruppo di giovani ha lanciato sassi contro il convoglio del presidente nigeriano, Goodluck Jonathan, a Yola, capitale dello stato di Adamawa, per protestare contro il fallimento della lotta al fondamentalismo islamico da parte del governo, come riporta l’Ansa, e nel corso dell’assalto è stato distrutto il finestrino di uno dei veicoli.

Il 14 febbraio si terranno le elezioni presidenziali e secondo gli esperti saranno le più incerte degli ultimi quindici anni. Il presidente Jonathan è cristiano ed è molto popolare nelle zone del sud e dell’est del paese. Ma dovrà guardarsi le spalle perché la sua incapacità nell’arrestare l’avanzata di Boko haram potrebbe finire per favorire il suo avversario, l’ex generale Muhammadu Buhari, 72 anni musulmano e apprezzato principalmente nel nord e nel sud-ovest della Nigeria, che ha fatto della lotta a Boko haram il suo marchio elettorale.

Nella foto sopra le famose immagini satellitari diffuse il 15 gennai da Amnesty International, che forniscono l’inconfutabile prova della dimensione dell’attacco portato da Boko haram il 3 gennaio sulle città di Baga e Doron Baga.