Arte / Ousmane Sow
Il 1 dicembre ci ha lasciato, a 81 anni, Ousmane Sow, lo scultore senegalese dello spirito e della materia.

L’artista, «l’Auguste Rodin del Senegal», come era soprannominato, aveva conosciuto la consacrazione della sua fama nel 2013 quando, all’unanimità, era stato eletto all’Académie des Beaux-Arts a Parigi. Era il primo artista nero ad entrarvi, quell’11 dicembre 2013, per sedere sulla poltrona del pittore americano di Christina’s World, Andrew Wyeth. Il secondo sotto la Cupola, dopo Léopold Sedar Senghor all’Accademia di Francia.

Da mesi, lo scultore era malato e viveva nella sua villa di Dakar che gli serviva da atelier. L’ultima sua creatura fu una scultura chiamata Le Paysan (il contadino), alta 5 metri, che gli era stata richiesta dalla presidenza del Senegal e dall’agenzia della Francofonia.

Sow diceva: «Nelle mie sculture c’è un’esagerazione. E voluta. È la ricerca della potenza e della traduzione della vita. È la vita che mi interessa. E che la gente risenta questa specie di flusso che passa tra le sculture e sé stessa».

Come non pensare allora, riascoltandolo, che non ci fosse in lui una lontana parentela con Pigmalione, lo scultore della mitologia greca, talmente innamorato del suo capolavoro, Galatea, che Afrodite, commossa, scelse di darle la vita.

L’esagerazione di cui parlava Sow è dunque questa vita di cui la sua opera è un omaggio costante. Le sue sculture sono imponenti, magniloquenti, sensuali. Gli uomini, guerrieri o eroi, hanno la profondità del loro spirito scolpita sul loro corpo. I loro muscoli assumono dimensioni improbabili. I loro pensieri scarificano la carne dei loro volti. La potenza evocatrice di queste sculture non viene dalle loro dimensioni, ma dalla forza di vita che nascondono in sé stesse. Quasi che Ousmane Sow, un gigante dal sorriso luminoso, avesse saputo infondere un po’ della sua stessa vitalità nelle sue creazioni.

Dalla fisioterapia alla scultura 

Prima di impastare la terra, aveva imparato a “impastare” i corpi, durante la prima parte della sua vita, consacrata alla fisioterapia. Un mestiere, evidentemente, che ha contribuito a sviluppare il suo senso delle forme e la sua precisione del gesto. L’anatomia del corpo umano, che avrebbe voluto venisse insegnata alle Belle Arti, è la matrice da cui traeva la sua arte.

Quest’uomo nato nel 1935 da una madre di Saint-Louis e un padre di Dakar di trent’anni più vecchio, aveva sviluppato, giovanissimo, il gusto per la scultura. Già a 10 anni, scolpiva delle figurine su blocchi di calcare che aveva raccolti sulle spiagge di Rebeuss, suo quartiere natale. La scultura era già il suo giardino segreto, benché non avesse ancora l’occasione di entrarvi.

Quando muore suo padre, Ousmane Sow ha 21 anni. Si imbarca su un cargo a destinazione della Francia. Tenta l’avventura come tanti giovani senegalesi che Parigi fa sognare. Il giovane studente rinuncia tuttavia a entrare alla scuola delle Belle Arti e si lancia nello studio della fisioterapia.

Questa professione gli offre comunque una conoscenza del corpo umano di cui si serve la sera quando abbandona il camice del medico per infilare il grembiule dello scultore.

La materia dei sogni

Tornato in Senegal, infatti, il cinquantenne Ousmane Sow ha messo a profitto quegli anni di apprendistato, per concepire quel materiale con il quale in seguito scolpirà i suoi guerrieri monumentali. Un miscuglio di sabbia, paglia, alimenti, terra e una ventina di prodotti macerati per anni di cui ha portato con sé il segreto. Ha addirittura usato questa materia – di cui son fatti i suoi sogni – per coprire il pavimento della casa costruita a Dakar. E lui a meravigliarsi che il pubblico e i critici potessero tanto interessarsi a questo misterioso materiale. Per lui, l’essenziale, era altrove. Non tanto nella materia, ma nel progetto.

È solo nel 1987 che il suo talento esplode. Il pubblico scopre al Centro culturale francese di Dakar le statue dei lottatori nuba che lo renderanno famoso in tutto il mondo. L’idea era nata in lui alcuni anni prima, quando aveva scoperto le fotografie della tedesca Leni Riefenstahl, innamorata dell’estetica corporea di questo popolo sud sudanese. Nel 1988, presenta la serie consacrata ai maasai, tre anni dopo la serie zulù e nel 1993, i peul. La Documenta di Kassel (Germania) e poi la Biennale di Venezia lo celebrano come uno dei maggiori artisti contemporanei.

Il successo internazionale è consacrato definitivamente sul Pont des Arts di Parigi, nel 1999, dove espone i suoi capolavori, in particolare La battaglia di Piccolo Bighorn, celebrazione della resistenza indiana in America e la vittoria dei loro capi Sitting Bull (Toro seduto) e Crazy Horse (Cavallo pazzo) sulle truppe del generale Custer. Sono 35 opere in cui si mescolano violenza e sensualità. Perché le sue opere sono il risultato di un paziente lavoro e di una lunga riflessione sul corpo umano. Un corpo che Sow non esita a triturare, deformare, ricreare, per piegarlo a quello che vuole esprimere. 

Negli anni che seguono rappresenta coloro che lo hanno aiutato a costruirsi come uomo e la cui vita è un antidoto contro la disperazione. Il papà innanzitutto, Moctar Sow, discendente da una lunga linea di Saint-Louis imparentata con il leggendario eroe Lat Dior. Raffigura anche Nelson Mandela, Victor Hugo, Martin Luther King, Toussaint Louverture, e addirittura il generale de Gaulle, rappresentato con le tasche piatte e vuote per sottolineare che non ricercava il potere per arricchirsi, contrariamente a quanto certi dirigenti africani fanno, spiegherà.

Perché, come in Davide contro Golia, gli piaceva sottolineare che i piccoli hanno pur sempre una chance contro l’asservimento.