Africa Day, 60 anni di unità africana - Nigrizia
Economia Pace e Diritti Politica e Società Unione Africana
Il 25 maggio 1963 nasceva l'Organizzazione dell'unità africana
Africa Day, 60 anni di unità africana
Sei decenni fa il primo blocco panafricano affrontava le sfide del post-colonialismo. Il percorso fino ai giorni nostri non è stato semplice e presenta ancora numerose asperità. Ma oggi la moderna Unione Africana sta assumendo un rilievo crescente nei rapporti con il resto del mondo
24 Maggio 2023
Articolo di Antonella Sinopoli
Tempo di lettura 6 minuti

Era il 25 maggio 1963. Sessant’anni fa. Nasceva l’Organizzazione dell’unità africana (OUA). Quella che poi – con un passaggio naturale, determinato da mutate situazioni storiche e dunque nuovi obiettivi – il 9 luglio 2002 divenne l’Unione Africana. È così che il 25 maggio è giorno di celebrazioni, orgoglio, una sorta di patriottismo panafricano. È l’Africa Day. Ma è anche un’occasione per guardarsi indietro, fare bilanci, programmare il futuro. Ma veniamo prima alla storia.

Quando l’OUA venne istituita (32 i paesi fondatori), ancora 22 Stati africani non erano liberi dal giogo coloniale, mentre gli altri avevano raggiunto l’indipendenza solo pochissimi anni prima. La sua principale ragion d’essere, dunque, oltre a quella di cominciare ad esercitare un ruolo assolutamente inedito nella comunità internazionale, fu la diplomazia a sostegno dei movimenti di liberazione africani.

Tra i compiti, anche quello di costruire l’economia del post-colonialismo, la mediazione dei conflitti di confine e delle guerre regionali e civili. E sicuramente fu determinante il ruolo dei paesi africani, uniti ora in un’organizzazione riconosciuta e strutturata, nel Gruppo 77, che all’interno delle Nazioni Unite faceva fronte comune sulle questioni e necessità delle nazioni in via di sviluppo.

Ma all’alba del XXI secolo il mondo era già tanto cambiato rispetto a 40 anni prima. Fu il leader libico Muammar Gheddafi a proporre un allargamento di visione che fosse più tendente a un moderno panafricanismo, dove alla solidarietà, alla pacificazione e al mantenimento della pace si aggiungessero obiettivi di più stretta unità, anche con nuovi traguardi economici.

Un po’ più simile all’Unione Europea, con una banca centrale, una corte di giustizia, un parlamento. Così, nasceva l’Unione Africana. Nel 2000, a Lomé in Togo, la firma dell’atto costitutivo. Nel 2002, l’ufficializzazione al summit dei Capi di Stato a Durban, Sudafrica.

Pace e sviluppo, tra passi avanti e fallimenti

Dunque, mentre l’OUA ha concentrato i suoi sforzi principalmente sulla decolonizzazione e sulla costruzione di relazioni diplomatiche tra i membri e con il resto del mondo, gli obiettivi dell’UA sono stati da subito promuovere lo sviluppo economico del continente e consolidare una pace duratura.

A questo proposito fu istituita l’African Standby Force, forza di peacekeeping con lo scopo di intervenire nei conflitti, soprattutto nel caso di crimini di guerra o genocidi. Uno dei principi che detta le decisioni dell’UA per quanto riguarda la sicurezza, è quello della responsabilità di proteggere, introdotto dalle Nazioni Unite e che nelle azioni e documenti dell’Unione Africana ha sostituito il principio di non intervento con quello di non indifferenza.

Ovviamente, e soprattutto negli ultimi anni, ci si è interrogati sull’efficacia non solo del sistema di peacekeeping ma sullo stesso organismo sovranazionale. Organismo che dal 2017, ricordiamo, conta tutti i 54 stati sovrani africani, ai quali si è unita in seguito la Repubblica Araba Democratica Sahrawi.

Eppure, dicevamo, molte sono le critiche e molti quelli che vengono definiti fallimenti. Azioni e tentativi incompiuti, rispetto alle dichiarazioni iniziali e alle aspettative. Soprattutto sul fronte della governance e della sicurezza. È ancora troppo lungo l’elenco dei conflitti armati, colpi di Stato militari, tensioni tra gruppi etnici. Senza parlare dell’estrema difficoltà a combattere il terrorismo.

Quanto le forze di pace – e la stessa diplomazia – non siano sufficienti o addirittura utili a risolvere criticità estreme, lo dimostrano le violenze nella Repubblica democratica del Congo (e le accuse al governo rwandese di sobillarle), i colpi di Stato che si sono succeduti in Mali e in Burkina Faso – e in genere le tensioni nel Sahel – il conflitto in Etiopia, la lotta per il potere in Sudan. E poi tutte quelle tensioni, morti e distruzione causati dai gruppi terroristici di matrice islamica.

Ruolo internazionale in ascesa

Eppure, al di là di evidenti pressioni e criticità interne, il continente africano, è riuscito – soprattutto nell’ultimo anno – a mostrare una certa rilevanza a livello internazionale. L’invasione russa in Ucraìna ha fornito all’Africa un ruolo di attore chiave nel mondo. E lo hanno dimostrato gli incontri tra i leader africani (compreso Macky Sall quando era presidente di turno dell’UA) e quelli russi e ucraini.

Non solo i ministri di questi paesi, ma gli stessi presidenti, Putin e Zelensky. Ma lo dimostrano anche le visite nel continente di numerose altre delegazioni, compresa quella della vice presidente statunitense, Kamala Harris, qualche mese fa.

Così, mentre alcuni analisti sostengono che il ruolo dell’UA nella mediazione dei conflitti tra gli Stati membri e nella promozione dell’unità rimane la sua principale debolezza, lentamente sale la voce dell’Africa a livello internazionale.

Il conflitto tra Russia e Ucraìna ha mostrato subito un aspetto: la capacità degli Stati africani di non adeguarsi a vecchie logiche di legami consolidati (unilateralmente) dai paesi coloniali e anzi mostrando allineamenti diversi e autonomi. Tanto che si parla di un ruolo possibile di paesi africani nell’apertura di trattative di pace (o almeno di dialogo) tra Putin e Zelensky.

Obiettivo G7

Inoltre, negli ultimi anni, gli attori che giocano un ruolo economico in Africa sono moltiplicati e sono più forti di quanto sia l’Unione Europea o i singoli paesi che la compongono. Ed è anche per questo che da tempo si riflette sulla necessità di includere l’Africa nel G20. Sarebbe una scelta che metterebbe fine alla marginalizzazione del continente.

“Nonostante la sua importanza come l’ottava economia globale – ha scritto l’Economist – il continente africano è marginalizzato nell’attuale ordine mondiale. I 55 membri dell’Unione Africana, che rappresentano oltre 1,3 miliardi di persone, rappresentano insieme meno del 4% del commercio globale, degli investimenti diretti esteri, delle emissioni globali e persino del debito pubblico”.

Intanto, è dal G7 del 2001 – che allora era G8 con la presenza della Russia poi uscita dal consesso – che l’Africa vi prende parte con alcuni dei suoi capi di Stato. Fu la presidenza italiana a inaugurare, quell’anno, il “segmento africano”. Quest’anno, oltre ad alcuni leader (non è stato invitato Cyril Ramaphosa, notoriamente vicino alla Russia), il primo ministro giapponese ha invitato l’Unione Africana, nella figura del suo presidente di turno, Azali Assoumani.

L’inciampo del commercio

La consapevolezza di quanto il continente può offrire è diffusa in Europa. E lo è anche in Italia. Così come lo sanno quelle piccole, grandi imprese e multinazionali che nel continente sono sempre più numerose.

Maggiori occasioni e partnership hanno reso (o dovrebbero rendere) gli Stati africani e i loro leader più forti a livello “contrattuale”. Forza che può dare però risultati solo se non viene indebolita dalla cattiva gestione (anche delle proprie risorse), dall’avidità e incapacità – o mancanza di volontà – di programmare sul lungo termine, dalla disunità e interessi personalistici profondamente in contrasto con i principi di coesione e crescita comune.

A proposito di crescita, l’atto più significativo dell’UA in questo senso è stata la nascita dell’African Continental Free Trade Area (AfCFTA/ZECLA), varata ufficialmente nel 2021, potenzialmente la più grande zona di libero scambio del mondo. Atto che dovrebbe agevolare una reale integrazione intercontinentale.

Ma un passo avanti e due indietro non sono garanzia che chi ha in mano le sorti del continente sappia gestire tante potenzialità: economiche, geopolitiche, persino demografiche vista la grande – ma ancora inesplorata e sottovalutata – ricchezza che sta nella giovane popolazione africana.

Copyright © Nigrizia - Per la riproduzione integrale o parziale di questo articolo contattare previamente la redazione: redazione@nigrizia.it