Africa: i piani della destra USA dietro la repressione contro i movimenti LGBTQ - Nigrizia
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Movimenti cristiani evangelici (ma anche cattolici) fanno lobby nel continente a difesa della "famiglia tradizionale"
Africa: i piani della destra USA dietro la repressione contro i movimenti LGBTQ
La tesa sostenuta in un libro della sociologa e ricercatrice Haley McEwen
11 Marzo 2024
Articolo di Antonella Sinopoli (da Accra)
Tempo di lettura 5 minuti
Foto di Chris Beckett

Ma davvero l’Africa è un continente omofobo? A considerare la solerzia di alcuni Parlamenti per approvare leggi che puniscano e condannino severamente l’omosessualità sembrerebbe di sì. E sembrerebbe di sì ascoltando i sermoni della domenica. E, infine, sembrerebbe di sì valutando il sostegno e le reazioni che certe politiche e campagne anti-gay generano nella popolazione.

Lo diciamo subito: pensare che sia tutta farina del proprio sacco mette assolutamente fuori strada. In realtà, questa “fissazione” nei confronti degli omosessuali e la loro criminalizzazione più che un “affare interno” all’Africa è un piano politico. Un piano per consolidare il sistema patriarcale, per affermare l’unico e solo valore della famiglia “naturale” e un’idea di religione che porta avanti questi principi.

A elaborare questo piano i gruppi “pro-famiglia” della destra cristiana statunitense, impegnata già da molti anni a mobilitare movimenti contro i diritti umani LGBTIQ+, contro l’aborto e contro l’educazione sessuale in Africa. Parliamo di quella fazione bigotta e integralista delle chiese evangeliche (ma ci sono anche fronti cattolici) e che sono sempre più distanti da una Chiesa che invece manifesta inclusività, apertura, dialogo.

C’è un saggio, pubblicato recentemente dalla ricercatrice e sociologa Haley McEwen, che ripercorre appunto queste influenze sulle politiche africane in materia. Politiche che hanno fatto crescere e sono state di incitamento all’odio negli ultimi anni. Il titolo del libro è The US Christian Right and Pro-Family Politics in 21st Century Africa.

L’autrice analizza in modo documentato scenari in atto da tempo. Facendo anche excursus storici, quando ad esempio ricorda la nascita del movimento pro-famiglia negli States, che non è stata naturalmente improvvisa ma si è sviluppata come opposizione al movimento di liberazione sessuale degli anni Sessanta.

Una sola idea di famiglia 

Ma è dagli anni 2000 che gli attivisti della destra cristiana hanno cominciato a lavorare per far crescere le loro reti nei paesi africani. E per globalizzare una, e una sola, idea di famiglia. Fatto è che la propaganda porta a porta (villaggio in villaggio), bibbia alla mano e camicia bianca immacolata è cosa naif rispetto alla vera influenza che i leader di questo movimento hanno sulla classe dirigente africana.

Una classe dirigente niente affatto ingenua ma che considera e accetta i vantaggi che possono derivare da certe alleanze. Quello, per dirne una, strettamente sociale, è quello di avere maggior controllo sulla vita dei propri cittadini, e soprattutto delle donne e di perpetuare una concezione maschilista del potere. Ma poi ci sono i vantaggi politici, quelli del consenso in sedi istituzionali internazionali, comprese le istituzioni finanziarie.

L’interesse del movimento pro-famiglia statunitense in Africa, è ben raccontato dalla sociologa in questa intervista rilasciata a The Conversation dove spiega: un obiettivo chiave è ottenere il consenso dei leader politici africani per sostenere la difesa della famiglia presso le Nazioni Unite.

Per raggiungere questo obiettivo hanno fatto un vero e proprio lavoro di tutoraggio ai leader politici e religiosi africani attraverso il Congresso mondiale delle hamiglie che ha tenuto conferenze regionali in diversi paesi. Tra questi Sudafrica, Ghana, Kenya e Nigeria.

Inoltre è proprio il movimento USA a finanziare le organizzazioni africane che perseguono programmi locali a favore della famiglia. E con questo si intende campagne anti-aborto, rifiuto anche solo di accennare all’educazione sessuale nelle scuole o alla parità di genere e, non ultimo, l’accanimento contro gli LGBTQ.

E se in Sudafrica pare che abbiamo meno appeal – nonostante le violenze contro i gay, soprattutto le lesbiche e i diffusi stupri “correttivi”, è l‘unico paese che abbia una legge che consente i matrimoni tra persone dello stesso sesso – lo stesso non può dirsi per gli altri paesi che hanno coinvolto negli anni.

La diplomazia dei family day 

Basti pensare all’Uganda che periodicamente ha lanciato campagne di odio contro i gay, che vivono nel terrore, persino attraverso i mezzi di stampa pubblicandone le foto. Non a caso al controverso Congresso sulle famiglie tenutosi a Verona nel 2019 partecipò Lucy Akello, una delle più infuocate tra i politici ugandesi che avevano promosso la pena di morte per il “reato” di omosessualità.

È proprio in Uganda che lo scorso anno si è tenuto il primo Forum africano del Family Watch International finanziato dalla casa madre USA. E ancora, uno degli autori principali del disegno di legge anti-gay recentemente approvato in Ghana (e ora all’esame della Corte Suprema), Sam Nartey George, ha partecipato alle conferenze statunitensi a favore della famiglia e si è pubblicamente espresso a favore del movimento contro i diritti LGBTIQ+ alle Nazioni Unite.

E anche in Kenya, lo scorso anno, tre organizzazioni conservatrici (in questo caso cattoliche) hanno raccolto sostegno per la creazione del Family Protection Bill.

L’agenda ultra-conservatrice del movimento pro-famiglia statunitense si è già espansa in Africa grazie alla forza del denaro, della persuasione e di élite che non hanno scrupoli a giocare sulla pelle dei più deboli il loro futuro politico (le elezioni in Ghana, tanto per restare in questo paese, si terranno quest’anno). Un gioco facile viste le forti alleanze in campo.

La cosa paradossale è che certe élite africane che sostengono queste politiche liberticide giudicano omosessualità e libertà di scelta delle donne come eredità del colonialismo da cui vorrebbero liberarsi. Importazioni straniere che minacciano le società africane.

Dimenticando però che le prime leggi anti-sodomia erano state proprio imposte dai regimi coloniali (segno che l’omosessualità era fatto noto in Africa?). E che il sistema patriarcale era meno diffuso di quanto lo fosse dopo l’esperienza coloniale.

Al contrario, i regimi europei hanno distrutto i sistemi sociali indigeni e imposto leggi e gerarchie di genere come mezzo per controllare le popolazioni africane. E come modello di organizzazione di produzione e di proprietà.

Non a caso, nel libro citato, l’autrice fa riferimento al lavoro di studiose femministe intersezionali e decoloniali “che hanno mostrato come la famiglia nucleare sia servita da modello per la creazione di società che servano gli interessi delle relazioni di potere coloniali e del capitalismo razziale”.

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