Sudan
Firmato ad Addis Abeba un primo accordo tra il governo e le forze di opposizione per il dialogo nazionale. Forse si vede la luce alla fine del tunnel. Intanto la società civile lancia una campagna di mobilitazione per fermare i bombardamenti in Bleu Nile, Darfur e Sud Kordofan.

Un altro passo è stato fatto nella ricerca di una soluzione della crisi sudanese. Uno stesso documento, seppur in due copie diverse (scarica il pdf in fondo alla pagina), è stato firmato ad Addis Abeba nei giorni scorsi da due gruppi finora inconciliabili: il comitato per il dialogo nazionale, voluto dal presidente Omar Al Bashir, e l’opposizione che, in agosto, aveva firmato una dichiarazione di intenti a Parigi.
Per il comitato (denominato “comitato 7+7” perché formato da 7 esponenti dell’Ncp, il partito di governo, e 7 dei partiti di opposizione che avevano finora accettato il dialogo) firmatari sono stati Gazi Salah al Din al-Attabani e Ahmed Saad Omer; per l’opposizione Sadiq Al Mahdi, dell’Umma Party, e Malik Agar, del Srf (Sudan Revolutionary Front), che riunisce le forze di opposizione armata. Un esponente del Scf (Sudan Consensus Forces), il coordinamento dell’opposizione politica, era invece stato fermato all’aeroporto di Khartoum dalla polizia per la sicurezza nazionale mentre si imbarcava per Addis Abeba. L’altro firmatario è stato Thabo Mbeki, incaricato dall’Unione Africana di facilitare il dialogo nazionale, finora rimasto praticamente confinato ai partiti della galassia delle diverse coloriture dell’islam politico.
Il documento afferma che “l’opzione ideale per risolvere il problema sudanese è un accordo politico globale”, e questa è una vera novità, ed un punto a favore dell’opposizione, che da molto tempo chiede un approccio olistico ai problemi del paese.
Finora infatti l’Ncp aveva cercato in tutti i modi di tenere separati i negoziati per la soluzione dei vari conflitti. Nei 25 anni di governo ha firmato più di 40 accordi di pace, ma questo non ha portato ad una soluzione della crisi, anzi è diventato un modo per garantirsi la sopravvivenza delegando il controllo di parti del territorio e di risorse a milizie e capi locali, associandoli in modo più o meno effettivo al potere. Un accordo globale implica invece una messa in discussione complessiva del sistema di governo.
Osservatori dicono che anche all’Ncp ora serve un accordo globale perché il sistema della “pace a pezzi” sarebbe ormai ingestibile, come dimostrerebbe il caos che regna in Darfur, dove conflitti etnici e tra clan per il controllo delle risorse del territorio si sommano ai conflitti politici tra le milizie paragovernative stesse e tra queste e i movimenti dell’opposizione armata.
La carta firmata prosegue con affermazioni già più volte sotto firmate, e finora sempre disattese, quali: “la fine della guerra, la cessazione delle ostilità e l’affrontare la situazione umanitaria sono misure assolutamente prioritarie per costruire un clima di fiducia” così come “assicurare libertà e rispetto dei diritti umani di base, il rilascio dei prigionieri politici sono priorità per la creazione di un clima favorevole” al dialogo nazionale.
Ultimamente si sono tenute dimostrazioni a Khartoum per la liberazione dei prigionieri politici, mentre ad un esponente dell’opposizione veniva impedito di raggiungere la sede del negoziato, costringendo il segretario dell’Ncp stesso, Mustafa Osman Ismail, ha dichiarare che si dovrà trovare un modo di coordinare i provvedimenti e le direttive governative con l’azione della polizia per la sicurezza nazionale (Niss).
In questi stessi giorni il Sudan Democracy First Group (Sdfg), un’autorevole associazione della società civile, con altre numerose organizzazioni nazionali e internazionali, ha lanciato una campagna per fermare i bombardamenti sui civili, diventati prassi quotidiana nel Blue Nile, sulle Montagne Nuba e in Darfur. 3.000 bombe sarebbero state sganciate su obiettivi civili dall’inizio dell’anno; 2.600.000 sono, secondo Ocha, organizzazione dell’Onu per il coordinamento delle azioni umanitarie, gli sfollati e i rifugiati sudanesi.
Il documento firmato ad Addis Abeba dovrà essere ratificato a Khartoum. Thabo Mbeki lo presenterà al presidente Bashir nei prossimi giorni. Non sarebbe la prima volta che un accordo firmato nella sede dell’Unione Africana viene sconfessato in Sudan. Ma questa volta, dopo il generale consenso suscitato nel paese dalla dichiarazione di Parigi, in cui gran parte dell’opposizione concordemente si dice pronta a rovesciare il regime se non si potrà trovare un accordo politico, potrebbe essere necessario per il governo far buon viso all’accordo globale e mettere in atto almeno alcune delle misure richieste nel documento per alleggerire il clima politico e davvero avviare il dialogo nazionale.

 

Clicca qui per scricare le due copie del documento: copia del Comitato 7+7copia dell’opposizione.