Ieri per il secondo venerdì consecutivo l’Hirak non è sceso nelle strade dell’Algeria. Il movimento nonviolento che dal febbraio dello scorso anno chiede la fine del vecchio “sistema” di potere affronta ora una nuova sfida. In un paese sempre più chiuso per l’emergenza coronavirus, le porte dei tribunali, delle prigioni e dei commissariati di polizia rimangono aperte per i diversi esponenti della protesta. E il tam tam dei social si è attivato a lanciare l’allarme.

Fioccano convocazioni nei commissariati secondo il Comitato per la liberazione dei detenuti. Una studentessa di Algeri, Anaïs Matari, presente nei cortei del martedì degli studenti, si è sentita domandare se avesse preso in fotografia dei poliziotti, e comunicare che sarà presto riconvocata. Una decina di attivisti, convocati dal commissariato di Boumerdes (a est di Algeri), si sono rifiutati di presentarsi visto il confinamento totale a cui tutti si dovrebbero attenere.

Il caso Karim Tebbou

Intanto il tribunale di Algeri, nel processo di appello tenuto martedì 24 marzo, ha condannato ad un anno di prigione Karim Tebbou, mentre ieri si sarebbe dovuta avere l’udienza per il suo rilascio presso un altro tribunale. L’imputato si è sentito male, trasferito mercoledì 25 in ospedale, dopo un tira e molla, è stato riportato la sera stessa in prigione a Koléa, secondo i suoi avvocati è parzialmente paralizzato.  

La notizia ha fatto il giro del paese e ha suscitato una forte sdegno nell’opinione pubblica. Tebbou è infatti stato giudicato senza la presenza degli avvocati che non erano stati avvertiti. Tebbou è un oppositore al regime, uno dei tanti animatori dell’Hirak. Era stato arrestato una prima volta nel settembre dello scorso anno per aver “attentato al morale delle forze armate”, rilasciato dopo due settimane subito dopo è stato nuovamente incarcerato.

Lo scorso 11 marzo era stato condannato in primo grado a un anno di prigione e al pagamento di un’ammenda. All’indomani del verdetto il Parlamento europeo si è pronunciato contro la condanna e le sue modalità giudicate “contrarie allo Stato di diritto”. Per Tebbou però non è finita. Un altro processo lo vedrà imputato il prossimo 6 aprile davanti al tribunale di Koléa (ovest di Algeri) per “incitazione alla violenza”, una montatura  vista l’assoluta Silmiya  (nonviolenza) del movimento.

Voci silenziate

Per lo stesso giorno è atteso il verdetto contro Abdelwahab Fersaoui, presidente del Raggruppamento Azione Gioventù (RAJ) una delle tante associazioni che animano l’Hirak, e che è in carcere dal 10 ottobre, la procura ha chiesto il 23 marzo scorso due anni prigione per “incitazione alla violenza” e “attentato all’integrità territoriale” .

Il 25 marzo l’arresto del giornalista Khaled Drareni si è tradotto in carcerazione preventiva. La sua colpa? Coprire in maniera indipendente le manifestazioni del movimento popolare nonviolento. Con lui rimangono in prigione due militanti dell’Hirak, Samir Benlarbi e Slimane Hamitouche, arrestati 3 settimane fa, la loro domanda di libertà provvisoria è stata rigettata.

La giustizia non risparmia neppure gli ex combattenti della lotta di liberazione.  Lakhdar Bouregaâ, 86 anni, già comandante dell’Esercito di liberazione nazionale, è stato arrestato nel giugno scorso e ha passato sei mesi in prigione, ed è ora in libertà provvisoria. Aveva apertamente criticato il generale Ahmed Gaïd Salah, comandante delle forze armate e uomo forte del regime fino al suo decesso nel dicembre scorso. Dal momento del suo arresto è diventato una delle figure simbolo del movimento.  Processato il 12 marzo, contro di lui è stata richiesta una pena di un anno di prigione. Il verdetto è atteso per la prossima settimana.

L’impressione generale è che il regime abbia voluto approfittare del blocco totale a causa del coronavirus per regolare i suoi conti con il movimento, contando sull’impossibilità della protesta di piazza. L’indignazione è però ormai diffusa. Nel caso di Karim Tebbou è dovuto intervenire il  Consiglio nazionale dei diritti umani, per tentare di difendere l’operato della magistratura. Per l’Hirak un motivo in più per riprendere, appena possibile, la mobilitazione.