Si sono svolti ieri i funerali di Lakhdar Bouregaa, comandante dell’esercito di liberazione nazionale algerino, e soprattutto figura simbolo dell’movimento popolare nonviolento Hirak, morto il 4 novembre all’età di 87 anni a causa del Covid-19.

L’inumazione è avvenuta nel cimitero di Sidi Yahia sulle alture di Algeri, per sua stessa volontà, anziché nel cimitero di El Alia dove sono sepolti molti degli eroi nazionali. I suoi  funerali hanno dato il via ad una mobilitazione popolare a dispetto dei divieti di manifestare e del Covid-19, oltre che a una vera esplosione di commenti e omaggi sui social.

Il moujahid (combattente) Lakhdar Bouregaa – o semplicemente “comandante Lakhdar”, suo nome di guerra – è la figura di riferimento dell’Hirak perché rappresenta la saldatura tra la vecchia generazione della rivoluzione nazionale algerina e le nuove generazioni.

Una delle caratteristiche dell’Hirak è proprio quella di non essere un movimento giovanile, ma intergenerazionale che riunisce, sotto la comune bandiera delle libertà e del superamento dell’attuale sistema di potere, gran parte dei settori della società, da quelli popolari alle élite, professioni liberali, funzionari statali, quadri delle imprese private.

Già all’indomani della prima grande manifestazione che ha dato il via, il venerdì 22 febbraio 2019, all’Hirak, in una intervista rilasciata al quotidiano algerino El Watan, il comandante Lakhdar aveva chiaramente identificato il movimento e aderito al suo spirito: «Osservo che questo movimento emana dalle persone, senza tutor, senza manipolazione e, ciò che è ancora più straordinario, senza leader o guida!».

Ha uno sguardo critico e disincantato nei confronti della classe politica: «I partiti sono stati messi a nudo e smascherati dall’opinione pubblica», per aggiungere: «le persone camminavano in modo civile, pacifico e amichevole, certamente non come alcuni si aspettavano. Da questo si capisce che non esistono cattivi cittadini. Le autorità consideravano perturbatori, anche traditori, tutti coloro che non aderivano alle loro tesi».

Ne avrà ben presto la prova diretta lui stesso. L’eroe nazionale viene arrestato il 30 giugno dello scorso anno all’età di 86 anni, già in precarie condizioni di salute, con l’accusa di oltraggio alle istituzioni e attentato al morale dell’esercito. L’enorme indignazione suscitata cementa ancor più il movimento e ne rafforza le radici.

La sua liberazione dopo 6 mesi di prigione, il 2 gennaio 2020, per essere poi condannato ad una forte ammenda, rafforza ancor più il suo carisma, anche se lui smentirà sempre di essere “rappresentante” di un movimento che non ha rappresentanti.

Per il regime l’accanimento contro il comandante Lakhdar segna una delle pagine più vergognose della sua recente storia. E ancora oggi non è in grado di assumere quella vergogna se l’agenzia ufficiale di stampa algerina, l’Aps, in un dispaccio che annuncia la sua morte tace sia della sua partecipazione all’Hirak, sia sulla prigione che gli era stata inflitta.

Del resto il comandante Lakhdar il carcere l’aveva già conosciuto. Era entrato nei ranghi della rivoluzione nel 1956, per poi diventare comandante della wilaya (regione) IV, quella di Medea, nella catena dell’Atlante, alle spalle di Algeri.

All’indomani dell’indipendenza (1962) venne eletto deputato nella prima Assemblea nazionale e nel 1963 fu tra i fondatori del Fronte delle forze socialiste (Ffs) che ha le sue radici nella regione berbera della Kabilia, ma si oppose al potere del colonnello Houari Boumédiène, comandante dell’esercito “di frontiera” e ministro della difesa.

Dopo il colpo di stato di Boumédiène del giugno 1965, ne diventò un accanito oppositore e per questo sarà imprigionato dal 1967 al 1975. E oppositore al regime resterà per sempre.

Meno conosciuta una pagina della sua storia di resistente e della liberazione nazionale. È al suo gruppo che è appartenuto il commando di mouhaidin che ha rapito durante una settimana, dal 1° all’8 luglio 1959, due monaci del monastero di Tibhirine, non lontano da Medea, un italiano e fratel Luc, il medico che assieme ad altri sei monaci sarà poi rapito nella notte tra il 26 e il 27 marzo 1996 dai terroristi. Saranno decapitati il 21 maggio e le loro teste saranno poi ritrovate a fine mese, lo stesso giorno della morte di monsignor Duval, il cardinale di Algeri.

La morte del comandante Lakhdar avviene in un momento particolarmente delicato per il paese. Il referendum costituzionale del 1° novembre ha, come previsto, visto prevalere i sì (67%) alla nuova Costituzione che non modifica l’assetto del potere, ma con una fortissima astensione (77%) che premia il boicottaggio sostenuto dall’Hirak e evidenzia la disillusione di gran parte della popolazione.

Il presidente Abdelmadjid Tebboune è, dal 28 ottobre, ricoverato in un ospedale tedesco a causa del Covid-19. Mentre i media ufficiali mantengono un assoluto silenzio sulle sue reali condizioni di salute, la rete si è scatenata nelle più diverse ipotesi, sintetizzate nell’ovvia e legittima domanda: chi comanda in questo momento in Algeria?