Dopo le politiche del 10 maggio
Il voto per il rinnovo della camera bassa, pur contestato dalle formazioni islamiche, conferma la leadership del presidente Bouteflika e del suo partito. Una scelta di continuità. Fanno discutere i numeri sull’affluenza (42,9%), ma gli osservatori europei promuovono lo scrutinio.

Non cambia nulla in Algeria, o quasi. Il vento rivoluzionario che ha travolto il mondo arabo si è trasformato qui in una brezza leggera. E il partito del presidente Abdelaziz Bouteflika (foto), il Fronte di liberazione nazionale (Fln), si è affermato più forte che mai.

Durante le elezioni di giovedì 10 maggio, ha conquistato 220 seggi sui 462 della camera bassa del parlamento. Smentendo chi aveva scommesso su una nuova vittoria dei partiti islamici, dopo i successi in Tunisia, Egitto e Marocco, l’ex partito unico, al potere da 50 anni, ha conquistato 80 seggi più del 2007. Annunciando i risultati, il ministro dell’interno Daho Ould Kablia ha dichiarato: «Nel 1991 era stato un voto di protesta contro l’Fln, oggi è un voto rifugio».

Le formazioni islamiche non sembrano però disposte ad accettare questa nuova «commedia elettorale». «Non riconosciamo questi risultati», ha detto l’islamista radicale Abdallah Djaballah, fondatore tre mesi fa del Fronte per la giustizia e lo sviluppo (Fjd). Il partito ha ottenuto soltanto 7 seggi mentre, secondo Djaballah, «l’ultimo sondaggio realizzato dal potere, dopo la fine della campagna elettorale, ci assegnava 65 seggi». E ha aggiunto: «A chi crede nel cambiamento non resta che la scelta tunisina. Hanno chiuso la porta del cambiamento attraverso le urne».

A contestare i risultati, anche i partiti islamici riuniti nell’Alleanza verde (Aav), il Movimento della società per la pace (Msp), Ennahda (la Rinascita) e El Islah, vicini ai Fratelli musulmani. Forse faranno ricorso. Forse, visto che fino a febbraio l’Msp era membro dell’alleanza che sostiene Bouteflika, insieme ad Rnd e Fln, e secondo la stampa algerina, i suoi leader, tra cui diversi ministri, sono troppo vicini al potere. Intanto hanno dichiarato: «Se il ministero degli Interni ufficializzerà il risultato elettorale prenderemo misure, ma non prenderemo mai decisioni che possono minacciare la stabilità del paese».

A far discutere è il tasso di affluenza annunciato dalle autorità: il 42,9%, in netta crescita rispetto al 36% del 2007. Anche se sui 9 milioni di voti espressi, circa 1,6 milioni sono nulli. Un’affluenza «cresciuta in modo anomalo e sospetto», ha sottolineato l’Aav. Infatti durante la giornata elettorale il numero dei votanti è passato in due ore dal 4% al 15%.

Gli osservatori europei, per la prima volta invitati nel paese, hanno di fatto promosso lo scrutinio, pur riscontrando alcune «debolezze». Tra tutte, il rifiuto da parte delle autorità di consegnare le liste elettorali nazionali, già messe in discussione dalla stampa locale. Il numero dei votanti è infatti cresciuto, dal 2007 ad oggi, di circa 4 milioni di elettori.

Comunque non c’è dubbio, il più grande paese d’Africa (dopo la divisione del Sudan) ha scelto, in un modo o nell’altro la continuità e la stabilità. Del resto, la sua rivoluzione l’ha già avuta nel 1988. Le cose finirono male, portando alla guerra civile, al terrorismo di matrice islamica, a 200mila morti. Forse oggi gli algerini hanno soltanto bisogno di pace. Forse le 145 donne che entreranno nel nuovo parlamento porteranno qualche novità, anche se sono state imposte da una quota rosa voluta da Bouteflika.