La Somalia è tornata di recente agli onori della cronaca in seguito al rapimento della volontaria italiana Silvia Romano liberata il 10 maggio. Si è discusso molto sulla dinamica del suo sequestro e della sua liberazione e sul ruolo dei servizi segreti, in particolare quelli turchi. Poco o nulla è stato detto o scritto sulla situazione di questo paese, uno dei primi nella triste classifica che riguarda la povertà nel mondo.

Eppure, esiste un nesso tra il rapimento di Silvia Romano e la grave crisi sociale, politica, economica e securitaria che attanaglia la Somalia da trent’anni. I guai caddero tra capo e collo dei somali all’inizio degli anni Novanta. 

L’ingerenza Usa

Gli artefici della distruzione della Somalia furono ancora una volta gli Stati Uniti d’America. Nel 1993 l’esercito Usa intervenne in questo paese col pretesto del sostegno umanitario alla popolazione. Due anni prima, un’insurrezione guidata dal Somali national movement, armato e addestrato dall’Etiopia – fedele alleato del governo americano -, portò alla destituzione del dittatore Siad Barre.

E ciò trascinò la Somalia in una grave crisi politica, sociale ed economica che dura tutt’oggi e che fu terreno fertile per il fiorire dell’islam politico radicale di matrice jihadista. Una situazione simile si verificò in Iraq con l’intervento americano che fu l’inizio del declino del paese più avanzato nel Medio Oriente all’epoca, grazie alla sua cultura millenaria e al suo petrolio (l’invasione del 2003 fu il colpo di grazia per gli iracheni).

In Somalia negli anni Novanta la multinazionale statunitense Exxon scoprì ingenti giacimenti di petrolio. Oltre all’oro nero, altre risorse naturali, come l’oro, rendevano promettente questo paese del Corno d’Africa. Il paese dispone inoltre di una costa di 3.000 km, la più lunga del continente. Per di più, la Somalia si affaccia sullo stretto di Bab el-Mandeb nel Golfo di Aden ed è poco distante dallo stretto di Hormuz, due nodi strategici nel traffico marittimo internazionale attraverso l’Oceano Indiano che collegano l’Asia all’Africa.

Oggi gli Usa dispongono di un imponente arsenale militare navale in questo oceano. Oltre a puntare al petrolio, mirano da sempre ad ostacolare geopoliticamente l’allora paese emergente, la Cina, e ad espandere i suoi rapporti commerciali con il continente nero. Invano! Le sue potenziali risorse e la sua posizione geografica fanno della Somalia un paese strategico, che però gli americani non riuscirono mai ad addomesticare, perciò adottarono la strategia del caos: o io, o nessuno!

Nel 2006 Washington diede ordine all’Etiopia di invadere la Somalia. Ma fu un altro fiasco per gli americani e purtroppo anche un ulteriore aggravamento della crisi somala. Due anni dopo, l’esercito etiope fu cacciato via dalla resistenza somala, in gran parte composta da movimenti islamisti uniti sotto l’ombrello dell’Unione dei tribunali islamici (Uti).

L’obiettivo dei jihadisti di al Shabab

Il caos somalo diede un grande slancio ai movimenti politici e militari religiosi in un paese ormai frammentato. Le province di Somaliland e Butan-land di fatto hanno i propri governi in netto contrasto con Mogadiscio. La capitale, che era in mano ai signori della guerra, era ingestibile a causa della corruzione e della violenza. Le bande armate, a loro legate, che terrorizzavano l’intero Paese, vivevano di varie forme di contrabbando, pirateria e sequestri.

In questo critico contesto l’Uti, che godeva del sostegno della popolazione, si lanciò alla conquista della capitale e ci riuscì nel giugno 2006. La sua impresa durò solo fino a dicembre dello stesso anno. Le milizie legate al governo federale di transizione (Gft), sostenuto dai signori della guerra e dalle truppe etiopi con la regia di Washington, riuscirono a riprendere la capitale. Fu un colpo duro per l’Uti. E ciò portò a seri conflitti al suo interno, con l’affermarsi di frange estremiste.

Gli Usa consideravano l’Uti una minaccia per i loro interessi in Somalia, perciò propagandavano lo spauracchio dell’estremismo islamico. Certo il programma politico di questa Unione si basava sulla sharia, che limita sensibilmente le libertà individuali e collettive. Ma questo problema non ha mai preoccupato la Casa Bianca quando si è trattato dei Paesi arabi del Golfo, Arabia Saudita e Qatar in primis, che di fatto sono la culla del fondamentalismo islamico. La vera ragione è che l’Uti intendeva unire il Paese e liberarlo dall’ingerenza straniera.

In questo quadro nebuloso si fece avanti con forza Harakat al Shabab al moujahidin (il movimento dei giovani combattenti). Si tratta di un gruppo armato intransigente. È sempre stato un alleato dell’Uti, tuttavia manteneva una sua autonomia decisionale e operativa. Le radici di questo movimento risalgono agli anni Novanta, ma cominciò a farsi conoscere nel 2004 quando si alleò con l’Uti. Nel 2008 al Shabab fu schedato dal governo americano come movimento terroristico, considerato come il ramo somalo di al Qaeda.

Ma secondo la rivista Limes, che di sicuro non può essere considerata anti-atlantista, “a tutt’oggi persistono forti dubbi sull’effettivo legame tra i quadri Shabab e le leadership talebane o di al Qaeda; è possibile comunque riscontrare all’interno del movimento una certa influenza jihadista, non tanto come elemento individuale e salvifico, ma più che altro come fattore di militanza e di opposizione a un particolare regime politico, che in questo caso è identificato negli apparati del Gft e nell’esercito etiopico”.

In un suo articolo (che comprende la citazione di cui sopra) pubblicato nel novembre 2009 sotto il titolo “al Shabab: cosa vuole il movimento radicale somalo?”, la nota rivista di geopolitica sottolineava: “L’intervento etiope-statunitense diede così indirettamente slancio ad al Shabab, consentendogli di maturare un considerevole spessore politico-militare, oltre che un ampio sostegno popolare – anche tra le fila della diaspora – proprio per il fatto di aver rappresentato l’unico movimento la cui leadership rimase in territorio somalo durante tutto l’arco di tempo della presenza etiopica, quando i principali leader delle Corti Islamiche (Uti, nda) cercarono rifugio all’estero”.

Di certo vi sono delle somiglianze di carattere religioso tra al Qaida e al Shabab. Sono entrambi estremamente fondamentalisti, cosa di non poco conto, ed entrambi ricorrono al metodo degli attacchi suicidi. Ma sul piano politico sono divergenti. Al Shabab si propone, con un non indifferente sostegno popolare, come movimento di resistenza per la liberazione e l’unificazione della Somalia basata sulla cittadinanza e non sull’appartenenza clanica.

Oggi, di fronte al caos totale, i somali sono costretti ad adottare la logica del meno peggio. Molti di loro che vivono nella diaspora (Usa, Canada e Regno Unito) finanziano questo movimento. E prima o poi il governo americano sarà costretto ad aprire un canale diretto di dialogo con al Shabab, come è avvenuto di recente con i talebani. Infatti, tra i due movimenti vi è un minimo comune denominatore: liberare il proprio Paese dall’oppressiva presenza straniera che, nel caso somalo, comprende quella statunitense, turca, qatarina, ecc…

Le ambizioni del “sultano” Erdogan in Somalia

Dalla fine degli anni Novanta la Turchia iniziò ad interessarsi strutturalmente all’Africa; nel 2005 ottenne lo status di osservatore nell’Unione Africana. Erdogan ha investito molto nel Corno d’Africa da quando è arrivato al potere nel 2003. Alcuni Stati africani erano colonie dell’Impero Ottomano, che Erdogan spera di ripristinare economicamente e militarmente. La Turchia dispone ora di 41 ambasciate in Africa (erano 12 nel 2003) e Turkish Airlines ha 58 destinazioni sul continente (erano 14 nel 2011). Il commercio bilaterale è triplicato sotto Erdogan, raggiungendo oggi la cifra di 26 miliardi di dollari.

Vi è un particolare interesse della Turchia nei confronti della Somalia. Il presidente turco si recò a Mogadiscio nel 2011: fu la prima visita di un capo di Stato non africano in Somalia nell’arco di 20 anni.

In Somalia, i turchi hanno costruito strade, ospedali, scuole, gestiscono porti e aeroporti. Hanno inaugurato una sontuosa ambasciata nel 2016, da loro costruita. La Turkish Airlines effettua due viaggi alla settimana a Mogadiscio. La base militare turca avviata nel 2017 si estende su 400 ettari nei pressi di Mogadiscio. Si tratta di una presenza militare strategica dato che la Somalia ha confini costieri con il Golfo di Aden e lo stretto strategico di Bab el-Mandeb. In seguito all’accordo marittimo tra Ankara e Tripoli avvenuto nel dicembre scorso, il Gft somalo ha proposto ai turchi di esplorare le sue acque territoriali alla ricerca di giacimenti di petrolio, stimati intorno a 2,7 miliardi di barili.

Il movimento jihadista al Shabab non tollera la presenza dei turchi in Somalia e quindi gli fa la guerra. Diversi sono stati gli attentati contro di loro nel corso del tempo. Due giorni prima dell’annuncio dell’accordo di esplorazione petrolifera, un’autobomba esplose nella città di Afgoye, a sud-ovest della capitale somala. Quindici persone sono rimaste ferite, compresi gli ingegneri turchi.

Al Shabab ha rivendicato la responsabilità dell’attacco attraverso il suo media, Radio Andalus, dicendo: “Abbiamo preso di mira uomini turchi e forze somale con loro”. Nel gennaio 2015, pochi giorni prima di una visita ufficiale di Erdogan in Somalia, un attacco suicida ha causato la morte di 5 turchi. Un portavoce di al Shabab rilasciò una dichiarazione affermando che ”la Nato sta usando la Turchia come martello per schiacciare i musulmani”.

Il ruolo del Qatar

In Italia si è parlato molto del ruolo dei servizi segreti turchi, il Mit, nel rilascio della cooperante italiana in Somalia. Il Mit oggi ha un rapporto stretto con l’intelligence somala in virtù dei consolidati rapporti tra Ankara e Mogadiscio. Ha quindi avuto un suo ruolo, ma non di primo piano, perché i jihadisti somali, al Shabab in primo luogo, considerano il governo turco e quello somalo del Gft come acerrimi nemici con i quali è vietato dialogare. È molto probabile che il Qatar abbia giocato il ruolo centrale in questa faccenda.

Quest’ultimo è molto legato al Gft ma mantiene dei rapporti con esponenti dell’Uti, che a loro volta sono ancora in contatto con gruppi jihadisti come al Shabab. Quindi l’ipotesi più plausibile è che i servizi segreti abbiano chiesto aiuto al Mit, il quale a sua volta si è rivolto a quelli del Qatar; questi ultimi hanno poi contattato i membri dell’Uti, i quali hanno avviato un negoziato con i rapitori.

C’è da sottolineare che la macchina diplomatica del Qatar è molto attiva dal 2006 in Somalia sin dall’arrivo al potere – seppur per sei mesi soltanto – dell’Uti. A quell’epoca il Qatar presiedeva il Comitato per la Somalia dell’Onu. Il governo qatarino è stato protagonista in tutte le elezioni a partire dal 2009. Con il forte appoggio di Doha in quell’anno fu eletto Cheikh Charif a capo del Gft. Charif fu esponente dell’Uti prima di cambiare casacca. Nel 2012 lo stesso scenario avvenne con l’elezione di Hassan Sheikh Mohamoud e anche nel 2017 con quella di Mohamed Abdullahi Mohamed Farmajo.

Ci si potrebbe chiedere come mai un Paese piccolo, pur ricco ma geo-militarmente insignificante, abbia tutto questo potere sul governo centrale di Mogadiscio. In realtà il Qatar non è altro che la longa manus degli Usa in Somalia, di cui si servono per mantenere un governo fantoccio a Mogadiscio e preservare così i loro interessi geostrategici.

In gran parte la situazione drammatica in cui vive la Somalia da tre decadi deriva dall’interventismo degli Usa e dei suoi alleati. Questa alleanza, oltre a creare il caos politico e sociale, ha taciuto sul problema della pesca illegale nelle acque somale da parte degli industriali occidentali del settore ittico, come anche su quello dei rifiuti industriali tossici, comprese le scorie nucleari, scaricate al largo delle coste di questo Paese, per la cui popolazione il pesce è un alimento primario.

L’insieme di questi elementi ha costituito l’humus per il dilagare dei fenomeni come la pirateria, i rapimenti, ma soprattutto il jihadismo armato. Là dove interviene Washington sorgono i movimenti radicali estremisti come al Shabbab, che vogliono imporre la legge islamica con la violenza. Ne sono testimoni anche i casi di Paesi come l’Afghanistan, l’Iraq, la Libia e la Siria. Gli Usa dicono di essere impegnati nel combattere il terrorismo ma nello stesso tempo favoriscono la creazione dei movimenti estremisti. L’ex segretario di stato Hillary Clinton una volta disse: “Al Qaeda l’abbiamo creata noi”.

Ma il pompiere non dovrebbe fare il piromane, almeno che non sia un delinquente seriale!