GIUFA' – GENNAIO 2020
Gad Lerner

C’è un libro che mi è stato davvero prezioso per apprendere, grazie allo sguardo lungo della storia, come la diffidenza per lo straniero abbia dato luogo a tante dottrine morali, religiose e pseudo-scientifiche su cui fondare, di secolo in secolo, i pregiudizi sulla superiorità e l’inferiorità etnica. Lo ha scritto il portoghese Francisco Bethencourt, docente del King’s College di Londra. Si intitola Razzismi. Dalle crociate al XX secolo e lo ha tradotto in italiano nel 2017 la casa editrice Il Mulino.

Lo riprendo in mano oggi per aiutarmi a tracciare un modesto bilancio dei miei vent’anni di collaborazione a Nigrizia, avviata per coincidenza nel fatidico passaggio al terzo millennio dell’era cristiana.

Mi ero appena dimesso da direttore del Tg1 quando arrivò, inaspettata, in un passaggio difficile della mia vita professionale, la telefonata del direttore della rivista con la proposta di scrivere ogni mese la rubrica intitolata Giufà. Ve ne sono ancora molto grato. Mi ha consentito di instaurare non solo un fertile legame umano col mondo missionario, ma anche un’attenzione alle problematiche globali che restituiscono una giusta dimensione alle vicende italiane, di cui altrimenti noi giornalisti siamo portati a restare prigionieri, senza coglierne la giusta prospettiva.

Per questo, dalla vasta ricerca storica di Bethencourt, vorrei condividere un’immagine simbolica datata 1570: la pubblicazione del primo atlante del mondo a stampa, opera del cartografo fiammingo Abraham Ortelius (nella foto).

L’illustrazione sul frontespizio personificava le quattro parti del mondo allora conosciuto (l’Australia non era stata ancora scoperta), indicandone una precisa gerarchia: l’Europa era la sola figura seduta in cima, interamente vestita e dotata di calzature; alla sua destra, in piedi, l’Asia, adorna di pietre preziose ma scalza; a sinistra l’Africa, anch’essa in piedi, era una donna scura e seminuda, selvaggia; distesa in basso, l’America, completamente nuda e barbara, reggeva in mano la testa mozzata di una vittima di cannibalismo.

È facile constatare come in meno di cinque secoli le gerarchie si siano sovvertite. L’America e l’Asia sono balzate in cima, affiancate dall’Australia. Solo riguardo all’Africa permangono diffusi stereotipi d’inferiorità e diffidenza. Ma è evidente che non occorreranno altri secoli perché anche il continente nero, con la sua straordinaria vitalità, effettui l’inesorabile sorpasso nei confronti di quello che, non a caso, chiamiamo “vecchio continente”, che certo non si può più permetter di raffigurarsi seduto là in cima.

Meglio sarebbe per tutti se rinunciassimo a considerare utile la suddivisione del mondo in continenti. Altro che Nigrizia. Sembra avvicinarsi il tempo in cui dovremo preservare la Bianchezza dalla sua tendenza a farsi del male.