Le rivolte in Nord Africa
Dopo la rivoluzione dei gelsomini e piazza Tahrir, l’ondata di sommosse nel mondo arabo contagia anche la vicina Libia e il regime del colonnello Muammar Gheddafi trema. Da Benghazi le proteste dilagano in tutto il paese. Il sistema italiano di controllo delle frontiere marittime rischia di collassare.

Il primo focolaio di rivolta si è consumato nella notte tra ieri ed oggi a Benghazi, seconda città della Libia, 1000 km ad est di Tripoli. Migliaia di persone hanno manifestato contro il regime, armate di pietre e bombe molotov. La polizia è intervenuta per disperdere la folla con gas lacrimogeni e, in alcuni casi, secondo testimoni sul posto, attraverso l’uso di proiettili veri. Sono almeno due i morti negli scontri. Secondo le notizie riportate dai blogger locali, si tratterebbe di un giovane di 17 anni e un sostenitore di Gheddafi, assalito dai dimostranti. Altre manifestazioni hanno preso piede a Misratah e Kofra, dove un gruppo di persone ha incendiato una stazione di polizia.

 

Secondo le notizie che filtrano dai blogger libici, le proteste sono proseguite per tutta la giornata di oggi, raggiungendo le città di Sabha, Al Marj, Zawiya, Al Beida (in video), dove la polizia avrebbe aperto il fuoco sui manifestanti, uccidendone tre. Non è ancora stata confermata la morte di un’altra persona, nel pomeriggio, a Benghazi, dove sarebbero arrivati 800 soldati da Tripoli.

 

A scatenare la rivolta di Benghazi (in video) sembra essere stato l’arresto di Fethi Tarbel, avvocato e attivista per i diritti umani, impegnato in un’inchiesta sulla morte di 1200 prigionieri del carcere di Abu Salim, trucidati dall’esercito nel corso di una rivolta, nel 1996. Da anni i parenti delle vittime, molte delle quali arrestate per motivi politici, protestano e chiedono che siano consegnate loro le salme dei familiari, scomparsi da allora.

 

Una calma tesa è scesa, nel frattempo, su Tripoli, in attesa della manifestazione indetta su Facebook per domani, 17 febbraio. Sono state oscurate le pagine del social network che invitano alla protesta, mentre internet rimane ancora attivo. I cronisti del canale televisivo panarabo Al Jazeera non sono “graditi” nel paese e chi fornisce loro i dettagli sulle manifestazioni viene arrestato. È stata la sorte dello scrittore Idris Al Mesmari, arrestato oggi poche ore dopo aver rilasciato un’intervista. Nel frattempo il colonnello Gheddafi, al potere ormai da oltre quattro decenni, ha messo in campo una serie di misure, nel tentativo di sedare gli animi. Mentre la televisione di stato trasmetteva oggi le immagini di centinaia di manifestanti a favore del regime, il leader libico disponeva la liberazione di 112 prigionieri islamisti dal carcere di Abu Salim e una serie di provvedimenti per calmierare i prezzi dei beni di prima necessità.

 

A rischio il confine marittimo

A preoccupare in modo particolare, secondo alcuni operatori umanitari locali, è il livello della violenza che potrebbe scaturire da un’eventuale rivoluzione in Libia. La destabilizzazione del paese porterebbe al collasso il sistema di controllo marittimo messo in piedi in seguito al trattato di amicizia tra Italia e Libia, siglato nel 2008. Oltre al controllo, verrebbe meno la stessa politica dei respingimenti, aprendo un ulteriore “falla” sulle coste del Mediterraneo.

 

È sufficiente ricordare che, nei primi 10 mesi del 2010, sono stati 3.400 gli arrivi via mare, contro gli 8.500 del 2009 e i 29.500 del 2008. Tutto ciò a fronte, però, di un sensibile aumento degli arrivi via terra, attraverso la frontiera tra Grecia e Turchia. Tra gennaio e ottobre 2010 sono stati, infatti, 38.992 gli arrivi, mentre, nello stesso periodo del 2009, erano appena 7.574. I dati forniti dall’Unhcr rivelano come l’andamento degli arrivi via mare corrispondano, nei fatti, ad una riduzione sensibile delle domande di asilo, che sono passate da 31.000 nel 2008 a 17.500 nel 2009, fino a raggiungere le 11.000 circa nel 2010. Il sistema dei trattati con i paesi nordafricani “proteggerebbe” dunque l’Italia da un flusso di migranti in fuga da guerre e persecuzioni, con la tendenza a diventare, grazie allo status di rifugiato acquisito, soggiornanti di lungo termine.

 

Che il sistema fosse fragile lo ha dimostrato l’enorme flusso di migranti che ha raggiunto l’Italia tra giovedì 10 e domenica 13 febbraio: un mare di 4.000 persone partite dalle coste di una Tunisia nel caos e giunte sull’isola di Lampedusa, cogliendo le autorità locali nella più totale impreparazione. Già 1600 persone erano sbarcate a Lampedusa dall’inizio di gennaio, approfittando dell’implosione delle istituzioni tunisine.

 

Quale sarà ora il loro destino? Nonostante il relativo ottimismo dei migranti, le eventuali richieste di asilo saranno esaminate caso per caso. “Il diritto d’asilo è un diritto soggettivo – spiega Valeria Carlini, responsabile relazioni esterne e comunicazione del Consiglio Italiano per i Rifugiati – Dobbiamo allo stesso tempo ricordare che ci sono clausole di esclusione dal beneficio della protezione, che sono previste dalla normativa nazionale e internazionale. Queste escludono quanti hanno commesso crimini di guerra, crimini contro l’umanità o atti molto gravi nei paesi di origine. Dobbiamo, quindi, tener conto del fatto che ci possano essere anche persone che si siano macchiate di crimini durante il regime di Ben Ali. Questa distinzione deve essere fatta. Quindi una valutazione seria della condizione di ogni singola persona deve essere il faro che deve dirimere la questione”

 

Intanto, dall’Egitto post-rivoluzionario è giunto sulle coste del ragusano, nella notte tra lunedì e martedì, un peschereccio, con a bordo almeno 63 migranti: 32 sono stati fermati a bordo della nave, mentre gli altri 31 sono stati rintracciati sulla costa. Sono finiti in manette, invece, tre cittadini egiziani, identificati come scafisti.

 

(In audio l’intervista, del 14 febbraio, di Ismail Ali Farah a Marco Benedettelli, giornalista e collaboratore di Afriradio, e Valeria Carlini, responsabile relazioni esterne e comunicazione del Consiglio Italiano per i Rifugiati)