L'insediamento
Oggi il neo-presidente Muhammadu Buhari ha preso ufficialmente in mano le redini della più grande economia d'Africa. Economia in crisi, debiti, problemi con il carburante, corruzione e terroristi di Boko haram ancora da sconfiggere. Una situazione non facile. È il momento di agire.

Il presidente eletto della Nigeria, Muhammadu Buhari, oggi è alla prova dei fatti. Non ci sono più scuse, ora deve governare, e non semplicemente gestire il potere, in un momento estremamente difficile per l’economia del paese, forse il peggiore possibile. La Nigeria, prima economia dell’Africa, è infatti preda di una profonda crisi, dovuta al crollo del costo del petrolio e a una carenza di carburante senza precedenti, che sta obbligando tutto il paese a marciare al rallentatore.

Il partito di Buhari, l’All Progressives Congress (Apc), ha accusato l’amministrazione del presidente uscente Goodluck Jonathan di sabotaggio e di aver deliberatamente lasciato andare a pezzi l’economia, mai così debole dai tempi dell’indipendenza, 55 anni fa. «Niente elettricità, niente carburante, lavoratori in sciopero, miliardi di crediti dovuti dallo stato, un debito pubblico di 60 miliardi di dollari, finanze a pezzi», ha denunciato il portavoce dell’Apc, Lai Mohammed. Ma molta parte della popolazione ha fiducia nel futuro e nel presidente Buhari, che negli anni Ottanta aveva guidato un governo militare.
«Sappiamo che Buhari può farcela, ce l’ha già fatta anche in passato. Il governo di Shehu Shagari aveva fatto lo stesso disastro all’economia prima del colpo di stato di Buhari nel dicembre del 1983», ha commentato un trader, Mulikat Bello.
Il presidente uscente, Goodluck Jonathan ha lasciato in effetti un’eredità pesante, e dentro questa situazione disastrosa Buhari deve dare il meglio di se. La priorità, oltre a quella economica e la questione Boko haram – che rimane un pericolo per la stabilità della Nigeria e degli stati vicini e che oggi ha definito «folli senza Dio» – sta nella necessità di mettere anche mano al tema della corruzione dilagante nel paese divenuta ormai la regola e non l’eccezione. Lo deve fare per dimostrare che è il presidente di tutti i nigeriani e che non guarda più a mantenere lo status quo.

Questione “Oga”
Nonostante una crescita del Pil che viaggia al ritmo del 6%, in Nigeria sembra che tutto sia ancora nelle mani degli “Oga” (termine Igbo che significa “Boss”, “Uomo al potere”), i grandi potenti che controllano il paese in ogni suo settore vitale, dall’industria cinematografica, a quella tessile, per non parlare di quella petrolifera. Si arricchiscono a suon di tangenti. Quei boss potenti che hanno garantito l’elezione di Jonathan, colpevole di aver svuotato le casse dello stato, probabilmente proprio a favore di quegli Oga che gli hanno garantito il potere.
Il popolo, i 180milioni di nigeriani, ha detto no a questo stato di cose e hanno affidato nelle mani nell’ex golpista Buhari, il potere, il desiderio di rinascita. Ora si tratta di essere all’altezza compito.
«Avete votato per il cambiamento e adesso il cambiamento è arrivato”, così il neo presidente ha commentato la sua vittoria.
La domanda principale, tuttavia, è: cosa faranno gli Oga se Buhari toglierà loro rendita economica per redistribuirla nel paese? Questo lo vedremo molto presto. Buhari dovrà essere abile a scontentare pochi per accontentare molti.

Uomo integerrimo
Il neo-presidente nigeriano non è mai stato estraneo alla politica, calca il palcoscenico già dal 1976 e ha guidato il paese dal 1983 al 1985, dopo un sanguinoso golpe militare. E proprio sul campo si è guadagnato la fama di uomo integerrimo, nemico della corruzione. In quel periodo, Buhari ha mandato in carcere decine di politici, uomini d’affari e funzionari pubblici per reati di corruzione, infliggendo loro punizioni esemplari. Un regime militare duro, in un periodo di austerità economica, nel quale è riuscito a ridurre il traffico di droga e armi, anche mandando a morte decine di persone. Ma oggi la sfida è diversa. Buhari ha accettato la sfida democratica.

Problema debiti e il paradosso
Altre sono le misure che deve adottare per restituire ai nigeriani un paese che, indipendentemente dalle politiche nefaste di Jonathan, rimane tra i più ricchi del continente africano. Dovrà pagare i debiti. La recente crisi della “benzina” è lì a dimostrarlo. Deve trovare 900 milioni di euro, tanto ammonta ciò che Abuja deve agli importatori. A ciò va aggiunto che è stato avviato un programma di prestito per 4 miliardi di euro per il 2015, ma la metà se ne è già andato per pagare gli stipendi dei funzionari dello Stato.
Eppure la Nigeria è fra i primi produttori di petrolio d’Africa. Le risorse dello stato federale dipendono per il 70% proprio dal greggio. La crisi del barile, il crollo del prezzo, possono aver ridotto le entrate, ma non giustificare un crollo così rapido dell’economia. Per non parlare poi del paradosso della scarsità di carburante che ha paralizzato il paese per più di un mese. È assurdo, ma la Nigeria dipende in larga parte dai prodotti petroliferi raffinati all’estero a causa della mancanza strutturale di raffinerie locali. E se mancano quelli, è la fine perché al momento la rete elettrica è penosa e tutto funziona grazie ai generatori.

Dopo queste elezioni epocali in cui per la prima a volta è andata al potere l’opposizione e la Nigeria sembra aver dato una lezione di democrazia al continente, qualcosa di diverso ora deve succedere. La nazione galleggia sul petrolio e quindi le risorse non mancano, si tratta di attuare una politica di equità volta al benessere di tutti.
Oggi le sue prime parole durante la cerimonia di insediamento nella capitale Abuja sono state «Appartengo a tutti e non appartengo a nessuno». Speriamo sia davvero così.

Nella foto in alto Muhammadu Buhari in parata subito dopo la cerimonia di insediamento nella piazza centrale della capitale Abuja. (Fonte: Reuters)

 

Buhari, 72 anni, musulmano, è stato eletto il 28 marzo con 15,4 milioni di voti, contro i 12,9 milioni di Jonathan. Aveva già governato la Nigeria dal 31 dicembre 1983 al luglio del 1985, dopo un colpo di stato che aveva destituito il primo presidente civile dopo una lunga dittatura militare.