Nel Sahel reti sempre più organizzate
La penetrazione jihadista nelle aree sud occidentali del Burkina Faso per certi aspetti preoccupa ancora di più dell'insicurezza che ormai da tre anni sta caratterizzando il nord e l'est del paese.

Le dimissioni, il 18 gennaio, del primo ministro del Burkina Faso, Paul Kaba Thiéba, presentate insieme a quelle del suo governo, sono un chiaro sintomo di quanto il problema della sicurezza nello stato del Sahel sia sempre più evidente e più difficile da risolvere.

Dal gennaio 2016, la nazione africana è bersaglio di attacchi terroristici contro obiettivi civili e militari che hanno costretto il governo dimissionario a dichiarare lo stato d’emergenza nel nord. Mentre le cronache degli ultimi giorni riportano le notizie di scomparse, sequestri e uccisioni di stranieri da parte di gruppi jihadisti ormai operativi in tutto il paese, come prova l’ultimo report dell’Acled, un progetto disaggregato di analisi e mappatura dei conflitti.

Nel suo studio, l’ong statunitense registra che l’instabilità e l’insicurezza che negli ultimi anni hanno caratterizzato prima l’area settentrionale e in seguito quella orientale, si sono estese anche nelle regioni sud-occidentali del Burkina Faso, al confine con il Mali, il Ghana e la Costa d’Avorio.

I ricercatori dell’Acled ricordano come nel 2018 il gruppo estremista locale Ansaroul Islam, in collaborazione o come parte del cartello qaedista Jama’ah nusrat al-islam wal-muslimin (Jnim) e dello Stato islamico nel grande sahara (Isgs), è stato il protagonista dell’insorgenza nel paese, dove si sono registrati oltre 200 attacchi terroristici.

Le tre fasi di estensione

Per monitorare l’espansione delle violenze nella vasta area del Sahel occidentale verso sud, il rapporto distingue chiaramente tre fasi. Quella iniziale si è registrata nei primi mesi del 2015 con la diffusione dell’insorgenza dal nord al Mali centrale, guidata dal Fronte di liberazione del Macina. 
La seconda fase è cominciata alla fine del 2016 nel nord del Burkina Faso e nel Niger occidentale, rispettivamente ad opera di Ansaroul Islam e Isgs. 

L’attuale terza fase è cominciata nel febbraio dello scorso anno con l’insediamento di militanti nella regione orientale del Burkina Faso e nelle aree confinanti, tra cui il distretto di Torodi nel Niger, dove sono confluiti elementi di tutti i gruppi, che riflettono lo sforzo di Jnim di unificare l’offensiva di tutte le realtà jihadiste presenti nel Sahel. 

Lo studio rileva inoltre che il dilatarsi dei gruppi estremisti verso sud potrebbe anche essere parte di un piano per impegnare le forze anti-terrorismo francesi presenti nella regione e mettere in difficoltà la forza militare congiunta G5 Sahel (FC-G5S). Da notare che l’ampliamento dell’offensiva jihadista a sud, costituisce una seria minaccia in particolare per il Burkina Faso che ha serie difficoltà ad affrontare l’apertura di nuovi fronti mentre non riesce a contrastare in maniera adeguata l’insorgenza nelle altre due aree.

Il supporto locale

Quello che colpisce maggiormente gli analisti è la velocità con cui l’est del Burkina Faso è stato trascinato nel caos, con oltre sessanta attacchi nel 2018. Una chiara indicazione che anche in quest’area i gruppi attivi hanno raggiunto una consolidata esperienza strategica e tattica, oltre a poter contare sul supporto di una solida rete locale. L’Isgs, Ansaroul Islam e i militanti del Jnim, hanno infatti installato basi in quest’area alleandosi con le reti criminali già presenti nella zona. 

I militanti jihadisti hanno egemonizzato questo connubio criminale godendo di una significativa libertà di movimento, assumendo il diretto controllo dei siti di estrazione dell’oro e occupando ampie porzioni di territorio, dove hanno imposto la rigida interpretazione salafita della sharia.

Nel documento è anche rilevato come in Burkina Faso viene rivendicata solo una piccola parte degli attacchi attribuiti agli estremisti islamisti. Sugli oltre duecento episodi violenti calcolati dall’Acled nel 2018, il Jnim ha rivendicato la responsabilità di solo tre operazioni particolarmente letali.

Evidenziato questo aspetto, c’è da sottolineare che il Jnim pianifica le operazioni ed è il gruppo che ha maggiore valenza nella gestione dell’insurrezione regionale, mentre l’Isgs e Ansaroul Islam agiscono più a livello locale. Tuttavia, è importante precisare che tutti e tre i gruppi sono interconnessi e condividono obiettivi e avversari.

L’incidenza del disagio

L’esame dell’insicurezza diffusasi negli ultimi mesi nelle regioni del sud-ovest del paese, al confine con la Costa d’Avorio, il Mali e il Ghana si distingue in una serie di attacchi, come quello dello scorso 11 dicembre, a Bouroum-Bouroum, nella provincia di Poni, dove è stata assaltata la locale stazione di polizia. Oppure come quello dello scorso 7 gennaio, neutralizzato da cacciatori Dozo, che hanno respinto una dozzina di sospetti terroristi che avevano attaccato il villaggio di Trimbio nel distretto di Loropéni, sempre nella provincia di Poni. A questi attacchi, nella settimana passata hanno fatto seguito altri tre episodi di violenza nel sud-ovest registrati nella provincia di Como e nella città di Yendéré, vicino al confine con la Costa d’Avorio. 

In tutto questo, incidono sicuramente la marginalizzazione e la povertà, poiché non a caso l’indice di sviluppo umano della regione del sud-ovest è il terzo più basso a livello nazionale, dopo quello della regione del Sahel e quello dell’est.

E il fatto che le tre regioni del Burkina Faso in cui è maggiormente presente l’insorgenza jhadista sono anche le più povere e le più arretrate, è l’ennesima riprova che i fattori socio-economici sono il principale volano per il diffondersi del radicalismo islamista.

Nella foto: la strada d’ingresso all’hotel Splendid a Ouagadogou colpito, con l’adiacente bar-ristorante Cappuccino, il 15 gennaio 2016. Fu il primo attacco terroristico compiuto nella capitale e provocò oltre 30 morti.