Aumentano gli allarmi per il rischio di un nuovo conflitto
“Quello che manca è la capacità dei nuovi politici di governare e di mettersi al servizio della nazione”. A sostenerlo, nell’intervista audio che vi proponiamo, è p. Claudio Marano, missionario saveriano, responsabile del centro Jeunes Kamenge a Bujumbura. Il riferimento è alla crisi politica scoppiata in concomitanza alle elezioni comunali di maggio in Burundi e al rischio di una nuova guerra civile.

La maratona elettorale in Burundi – svoltasi da maggio a settembre – avrebbe dovuto sancire l’inizio di una nuova era di rinascita per il paese. Ha invece riacceso tensioni e contrasti rimasti latenti dopo una guerra civile iniziata nel 1993 e conclusa, di fatto, solo nell’aprile 2009 con l’ingresso in politica dell’ultima formazione ribelle ancora attiva, le Forze nazionali di liberazione (Fnl), guidate da Agaton Rwasa.

 

Dopo l’annuncio dei risultati delle incetta di voti.

 

Ma la rottura politica è coincisa anche con una recrudescenza della violenza. Ci sono stati morti e feriti in centinaia di esplosioni avvenute in luoghi affollati della capitale, la sede del partito al potere è stata data alle fiamme e si sono intensificate una serie di intimidazioni e censure nei confronti di attivisti per i diritti umani e giornalisti. Violenze sfociate poi nell’arresto di decine di sostenitori e membri dei principali partiti di opposizione. Ancora oggi almeno 200 persone restano in carcere. Gli ultimi arresti risalgono a pochi giorni fa: un giornalista, Jean-Claude Kavumbagu, e il portavoce del Movimento per la solidarietà e la democrazia (Msd), François Nyamoya.

 

Una situazione di alta tensione che comincia a preoccupare anche la comunità internazionale. Il 26 settembre il ministro degli Esteri belga, Steven Vanackere, ha “messo in guardia” il potere burundese “contro qualsiasi ricorso alla violenza come mezzo di espressione politica”. Il riferimento è ai 28 morti – tra cui anche 4 militanti dell’opposizione, secondo quanto denuncia un’associazione burundese per la difesa dei diritti dell’uomo – trovati dall’inizio di settembre nelle foreste di Kibira e nelle paludi di Rukoko, a nord di Bujumbura, vicino al confine est della Repubblica democratica del Congo.

 

E questo è uno dei punti oscuri dell’attuale situazione. Il capo della polizia, di recente, ha rivelato d’aver arrestato da agosto ad oggi 42 “banditi armati” appartenenti per lo più a partiti dell’opposizione, Movimento per la solidarietà e la democrazia, Forze nazionali di liberazione e Unione per la pace e lo sviluppo.
Poi, il 25 settembre, c’è stata la lettera-appello inviata da Agaton Rwasa – entrato in clandestinità dopo le elezioni di maggio – al Segretario generale dell’Onu, Ban Ki-Moon per un intervento internazionale che possa evitare al paese di ripiombare in una guerra civile.

 

(Nell’audio p. Claudio Marano, direttore del centro Jeunes Kamenge a Bujumbura intervistato da Michela Trevisan e Ismail Ali Farah)