Federica Farolfi, in Africa da una quindicina d’anni, presenta questa nuova rubrica su Nigrizia.it, intervistando uomini e donne centrafricani appartenenti al mondo dell’arte e della cultura, che con il loro talento sono fermento di un futuro diverso del loro paese. Didier Kassai, il primo ad essere stato incontrato, è illustratore e fumettista. Ha una grande ambizione: cambiare il mondo con la sua matita. E mostrare il volto della Repubblica Centrafricana in un altro modo che non sia solo quello della crisi.

Didier Kassai, lei è autore, sceneggiatore, fumettista, storico. Le chiedo di presentarsi ai nostri lettori e di raccontarci com’è nata la passione del disegno nella sua vita.

Il disegno è qualcosa che fa parte della mia famiglia, mia madre, disegnatrice, non si occupava di fumetti, ma di disegni per i pagnes (tipica stoffa africana) e le calebasses (involucro della zucca essiccato a scopi decorativi). Crescendo mi sono interessato a quello che lei faceva e ho preso le mie prime lezioni da lei. In seguito il disegno è diventato come una droga: disegnavo tutto il tempo, nei quaderni di scuola, sulle tavole di legno, sui muri di casa. C’erano imperfezioni da correggere, ma questo non mi ha impedito di continuare fintanto che ne ho fatto un mestiere.

Com’è riuscito a perfezionare l’arte del fumetto?

Ho lavorato molto sull’illustrazione e nello stesso tempo leggevo molti libri di fumetti, che venivano anche dall’Europa. Tutto questo mi ha permesso di iniziare a disegnare fumetti. All’inizio disegnavo per terra con un pezzetto di legno o carbone, poi ho continuato sulla carta o su dei pezzi di cartone. Più tardi ho partecipato ad un concorso organizzato dall’Alliance Française di Bangui, facevo parte di un gruppo di una ventina di disegnatori concorrenti. Sono stato l’unico ad essere scelto per partecipare ad un corso di formazione a Libreville. A partire da questa formazione ho iniziato la mia carriera professionale di fumettista.

Come lavora per realizzare i suoi fumetti?

Continuo a disegnare i fumetti e le illustrazioni in modo tradizionale, utilizzando matite, gomma, penna, carta e l’acquarello per colorare. Da qualche tempo ho iniziato a lavorare su delle tavole per computer e utilizzo anche programmi di disegno soprattutto quando lavoro per delle organizzazioni. Cerco di adattare le due metodiche, tradizionale e informatica, ma l’antica tecnica la utilizzo per gli album professionali, come per esempio Tempête sur Bangui.

Il suo racconto in più volumi Tempesta su Bangui testimonia la crisi centrafricana che ha sconvolto il suo paese. Durante gli avvenimenti tragici della crisi, lei è riuscito a fare schizzi rapidi, prendere appunti e scattare foto per disegnare più tardi la storia del suo paese. E ha documentato tutto questo in una serie di fumetti. Ci può spiegare il perché di questa collezione e com’è riuscito a realizzarla mettendo a rischio la sua vita? Quali fasi della crisi sono rappresentate nei tomi 1 e 2, già pubblicati, e nel terzo, in via di pubblicazione?

Quando la crisi è iniziata avevo perduto il mio lavoro, il mio atelier era stato completamente saccheggiato. All’improvviso mi sono ritrovato a casa senza fare nulla. Ho iniziato così a fare piccoli reportages per delle persone che desideravano avere notizie della crisi. All’inizio c’erano pochi giornalisti che davano notizie e che non avevano possibilità di accedere alle “zone rosse”.  Quello che scrivevano non corrispondeva a quello che realmente succedeva, perché si limitavano a dare la parola ai gruppi armati e ai responsabili dei ribelli. Non davano notizie veritiere.

Per cui mi sono chiesto se non potevo io stesso cimentarmi a raccontare la crisi. Ho iniziato a dare notizie sui social media e sul mio blog personale che avevo creato all’epoca. Poco alla volta questo lavoro ha suscitato molto interesse. Alla fine mi sono detto che la cosa migliore era raccogliere tutto questo materiale in un libro che può raggiungere tanta gente e circolare facilmente.

Ho fatto questo lavoro pensando alle persone che non vivevano in Centrafrica, ma anche ai centrafricani che non conoscevano esattamente quello che succedeva dall’altra parte della capitale. Ho rischiato parecchio per avere delle informazioni. Andavo per strada tutti i giorni per vedere cosa succedeva, scattavo foto con il cellulare cercando di farlo il più discretamente possibile. Un giorno, però, ho rischiato di essere ucciso dai Seleka.

Ho deciso, allora, di utilizzare un carnet per prendere appunti e fare schizzi rapidi. Ben presto, però, mi sono accorto che anche questo metodo non era il migliore, perché attiravo gente, curiosi, che venivano a vedere cosa facevo. Ho rischiato per incontrare gente, scambiare informazioni e stare davanti alla violenza, che ho poi documentato nei fumetti. Anche la radio mi ha permesso di conoscere le storie delle vittime della crisi.

Il primo volume della serie Tempesta su Bangui racconta l’inizio della crisi. Ho cercato di spiegare perché Seleka (Alleanza), coalizione di gruppi ribelli, è partita dal Nord del paese per venire a Bangui. La Seleka, certi politici e centrafricani, non erano contenti del regime al potere, per cui, muovendo dal nordest, hanno deciso di venire a Bangui e a fine marzo 2013 hanno fatto cadere il presidente, generale François Bozizé.

Dopo la presa del potere ci sono state violenze sui civili, saccheggi, distruzioni. Volevo far conoscere quello che era accaduto e ho compilato tutto questo in 150 pagine nel primo volume. Le violenze della Seleka hanno provocato la ribellione di altri centrafricani che sono venuti ad attaccare Bangui. Ho parlato degli anti-Balaka – gruppi di autodifesa arrivati a dicembre 2013 – nel secondo volume che attraversa il periodo compreso tra settembre e fine dicembre 2013. Si tratta soltanto di tre mesi che sono tuttavia densi di accadimenti.

Il terzo volume, che uscirà nel 2021, coprirà il lasso di tempo tra 2013 e metà 2014, quando Seleka ha lasciato Bangui e gli anti-Balaka hanno potuto installarvisi. Ho previsto in totale quattro volumi per concludere questa serie. Non ho l’intenzione di continuare a disegnare fumetti di guerra ma desidero raccontare altre cose di questo paese, come per esempio la mia infanzia, perché i bambini di oggi, che non conoscono altro che guerra e colpi di stato, sappiano che ci può essere anche un altro modo di vivere.

Qual è il vantaggio nell’uso dei fumetti a confronto con altre forme di comunicazione?

Il fumetto associa il testo e il disegno. Per realizzare un reportage, per girare film, occorre farlo in tempo reale, essere presenti quando l’avvenimento accade. Per il fumetto, invece, si può assistere o raccogliere testimonianze e provare a tradurre tutto questo in immagini. Si tratta quindi di raccontare ciò che è stato visto qualche tempo fa, attraverso l’immaginazione. C’è una forza grafica molto intensa nel fumetto a confronto della parola scritta: il fumetto permette di leggere e nello stesso tempo vedere l’immagine. Questo facilita la comprensione della storia.

Vorrei che ci dicesse qualcosa di un altro aspetto del suo lavoro che l’ha vista ugualmente molto impegnato in questi ultimi mesi: la pandemia da coronavirus. Com’è nato il progetto della pubblicazione di Coronavirus tiri ti i (la nostra battaglia per vincere il coronavirus)?

All’inizio della pandemia la gente non credeva all’esistenza di questo virus: pensavano che fosse un’invenzione dei bianchi e che la malattia non avrebbe ucciso la popolazione africana. Attorno a questa pandemia circolavano miti e dicerie. Come artista centrafricano mi sono sentito interpellato a fare qualcosa per fermare questi rumors e dare il mio contributo nella sensibilizzazione portata avanti dal governo e dai patners per lo sviluppo, presenti in Centrafrica.

Ho deciso di disegnare fumetti con il sostegno dell’Unione Europea e dell’Alliance Française per parlare ai centrafricani, per mostrare loro la gravità della pandemia e l’importanza di proteggersi. Si parla tanto della pandemia e delle misure preventive per arrestarla ma la gente non le rispetta assolutamente perché pensa che, dopo aver superato epidemie di vario genere, sia già immunizzata al coronavirus. Nei fumetti che ho disegnato ho voluto mostrare alla gente che la pandemia è reale e bisogna proteggersi, tanto più che le strutture sanitarie non sono all’altezza di affrontare una sfida di tale imponenza.

I progetti per il futuro?

Già prima della crisi centrafricana raccontavo la vita della gente nelle illustrazioni e nei fumetti che vendevo come cartoline postali ai turisti. Non c’è soltanto la crisi da far conoscere. Vorrei mostrare il volto della Repubblica Centrafricana in un altro modo, quello della vita quotidiana.

Lei è una voce ironica, critica e costruttiva anche sulla situazione politica e sociale del Centrafrica. Qual è la sua proposta per un avvenire diverso per il paese?

Se avessi la possibilità di cambiare il mondo lo farei con la mia matita! Ci sono tantissime ingiustizie che cerco di combattere attraverso la mia passione artistica. Spero che il mio lavoro possa influenzare la gente. E’ una sfida che continuerò a portare avanti per tutta la vita. Vorrei vedere un cambiamento nel comportamento della gente e soprattutto degli uomini e donne che hanno la responsabilità della guida del paese.

Il cambiamento non può che venire da una presa di coscienza di coloro che governano, che devono impegnarsi massivamente nell’educazione dei giovani, aiutandoli a comprendere la realtà e a prendere decisioni per un avvenire diverso. I bambini, infatti, che non sono formati oggi, saranno adulti che distruggeranno il paese domani.