Usa-Africa/ Il viaggio del presidente Bush
Nelle sue visite in Benin, Tanzania, Rwanda, Ghana e Liberia, il leader americano ha confermato gli aiuti per combattere la povertà e garantire lo sviluppo del continente. Ma il fallimento Africom, l’espansionismo cinese e la fine della leadership economica in Africa mettono Washington in un vicolo cieco.

Cartoline dall’Africa. Il presidente americano George W. Bush che sorride, un po’ impacciato, mentre prova un passo di danza, cercando di seguire i passi di donne festose, in abito tradizionale, piene di colori e di gioia, con le bandierine a stelle e strisce in mano. Succede a Monrovia, in Liberia.

Alla vigilia del suo secondo viaggio in Africa – l’ultimo, di fine mandato – le parole del presidente avevano segnato la traccia di una missione che avrebbe avuto due facce: una umanitaria e una geopolitica. «L’America è in una missione di speranza. Noi consideriamo i leader africani come nostri partner, al nostro stesso livello. Ma ci aspettiamo che producano risultati misurabili. Ci aspettiamo che combattano la corruzione, investano in politiche sanitarie e di educazione per la loro gente, e perseguano politiche economiche di mercato».

Bush ha visitato cinque nazioni, dal 15 al 21 febbraio: Benin, Tanzania, Rwanda, Ghana e Liberia. Nel 2003 era stato in Sudafrica, Botswana, Uganda, Nigeria e Senegal. Dieci paesi visitati in due mandati, proprio come il suo predecessore, Bill Clinton. Il nuovo tour africano è stato l’occasione per fare il bilancio dei passi avanti compiuti dalle politiche di sostegno Usa alla lotta contro l’Hiv/aids e altre malattie. L’occasione, secondo la Casa Bianca, per discutere con queste cinque nazioni su come «continuare la partnership per sostenere le riforme democratiche, il rispetto dei diritti umani, la liberalizzazione degli scambi, gli investimenti esteri e le opportunità economiche offerte dal continente».

Ma il viaggio di Bush ha mostrato anche la debolezza della politica estera Usa sotto il suo mandato. Dal 2003 (dati Usa), a partire dal lancio del Piano presidenziale di emergenza per la lotta all’aids (in inglese, Pepfar – www.pepfar.gov), sono stati avviati programmi di trattamento con i farmaci anti-retrovirali con il bollino United States per 1,4 milioni di persone nell’Africa subsahariana, Asia e Caraibi (con impegni per 15 miliardi di dollari in 5 anni). Non sono mancate le critiche. Un terzo dei fondi spesi in Tanzania dal Pepfar, ad esempio, sarebbero stati utilizzati per programmi di astinenza sessuale. Le organizzazioni non governative favorite sono state quelle evangeliche (come il loro presidente), la cui ostilità a prostitute e omosessuali ha limitato di molto l’efficacia dei programmi e delle politiche di prevenzione.

Oltre a ciò, si stima che l’Iniziativa del presidente contro la malaria (Pmi) e quella contro l’aids abbiano raggiunto 25 milioni di persone nell’Africa subsahariana per aiutare a debellare le malattie. Dal 2001, sempre secondo la Casa Bianca, gli Stati Uniti hanno aumentato gli impegni per lo sviluppo e hanno trasformato anche le politiche. «Molte nazioni – parole del presidente – continuano a seguire una visione paternalistica dei rapporti con l’Africa o un modello di sviluppo che mira a sfruttare le sue risorse. L’America boccia tutti e due questi approcci. Gli Usa trattano i leader africani come partner». Durante il suo viaggio in Africa, Bush ha annunciato altre iniziative che vanno nella stessa direzione.

Gli aiuti Usa allo sviluppo sono passati da 1 miliardo di dollari nel 1996 a 4,1 nel 2005. Ora Bush ha impegnato nel budget Usa, da oggi al 2010, 8,7 miliardi di dollari per gli aiuti allo sviluppo. Più del doppio di quanto si spendeva nel 2005.

La Casa Bianca ha coinvolto 5 fondi d’investimento nell’attività della Società per gli investimenti privati d’oltremare (Opic), l’agenzia governativa nata nel 1971 per facilitare la partecipazione di capitali di privati in progetti di sviluppo economico e per coprire i rischi di investimento delle aziende Usa nei Pvs. Questi 5 nuovi fondi mobiliteranno 875 milioni di dollari, che vanno ad aggiungersi ai 750 milioni già previsti dall’Opic e annunciati dall’amministrazione Bush lo scorso novembre, per un totale di 1,6 miliardi di dollari.

In Tanzania, il presidente Bush ha concesso aiuti per 662 milioni di dollari e siglato un piano di sviluppo economico da 698 milioni di dollari, di cui beneficeranno 4,8 milioni di persone per cinque anni. I soldi saranno utilizzati per migliorare la rete elettrica, la diffusione dell’acqua, le strade. In Rwanda, ha siglato un accordo bilaterale d’investimenti (il primo firmato dagli Usa nell’Africa subsahariana in questa decade), che prevede la promozione degli investimenti, la tutela legale degli investitori stranieri e l’apertura delle barriere doganali tra i due paesi. In Benin, ha presentato la propria visita come un «trionfo della carità e della pietà targate Usa». Il presidente Thomas Yayi Boni ha chiesto, senza successo, a Bush di ridurre i dazi all’importazione di cotone negli Usa: «Nel mio paese due persone su tre vivono con il cotone. Questi sussidi stravolgono il mercato». Parole forti, infine, sono state espresse contro il Sudan e il suo regime per quanto sta accadendo in Darfur: Bush ha definito il governo di El-Bashir e i leader dei ribelli musulmani «responsabili di genocidio».

Al di là dei discorsi e dell’effluvio inevitabile di retorica, la realtà parla di una superpotenza che non accetta la perdita di influenza provocata dall’arrivo in Africa dei cinesi. Bush, che non era mai uscito dal suolo patrio prima di essere eletto e che una volta ebbe a dire che «la Nigeria è un continente importante», ha aumentato in effetti l’impegno del suo paese per lo sviluppo e l’assistenza. E se sotto Clinton il motto era “scambi, non aiuti”, nell’era Bush lo slogan potrebbe essere declinato con un più realistico “scambi e aiuti”, considerando che, nello stesso tempo, sono aumentati enormemente gli interessi economici americani in Africa. Gli scambi commerciali negli ultimi due anni sono cresciuti del 60% (riassumibili principalmente in una sola voce merceologica: il petrolio, che, da solo, rappresenta il 90% dell’export africano verso gli Usa).

Nel gennaio 2004 il presidente Bush ha lanciato la Millennium Challenge Corporation (Mcc, l’agenzia americana per lo sviluppo globale delle nazioni povere), per ricompensare con aiuti addizionali i paesi che attuano pratiche di buon governo, di lotta alla corruzione, di apertura dei mercati o di promozione delle imprese. Benin, Ghana, Rwanda e Tanzania, quattro dei paesi visitati da Bush, rientrano tra i primi della classe nell’implementazione della Mcc. Finora sono stati siglati sette accordi bilaterali, per un totale di 2,4 miliardi di dollari. Diversa la situazione della Liberia, che, nonostante la ritrovata stabilità politica, porta ancora le ferite aperte della guerra civile e della povertà endemica di gran parte della popolazione. Non a caso, Ellen Johnson-Sirleaf, la presidente liberiana che ha goduto di un sostegno esplicito da parte degli Usa durante le elezioni presidenziali del 2005, è stata l’unica leader africana ad aver dato la sua disponibilità a ospitare Africom, il comando militare americano unificato per l’Africa contro il terrorismo, considerato da molti un’ingerenza neocoloniale Usa. Il Comando, comunque, continuerà ad avere la sede in Germania.

Gli interessi in gioco

Nonostante i suoi sforzi umanitari, Bush non è popolare in Africa. Pesa sulla sua immagine il fallimento in Iraq, la situazione in Afghanistan, le continue invasioni di campo e violazioni della sovranità in nome della guerra al terrorismo.

Gli Stati Uniti hanno importanti interessi in Africa. Il continente ha una posizione strategica per le relazioni con il Medio Oriente ed è appetito da tutte le grandi potenze per la ricchezza di materie prime. Ultimamente, l’egemonia americana in Africa è stata superata, nei fatti, dall’aumento dell’influenza della Cina. Negli ultimi cinque anni i leader cinesi hanno visitato cinque volte il continente, in lungo e in largo, a caccia di commodity, in cambio di manodopera, infrastrutture, tecnologia, export a basso costo e rapporti preferenziali. La superpotenza asiatica è diventata il primo e più importante partner per molti paesi africani. A scapito della perdita di influenza europea e, soprattutto, americana.

Mentre l’Occidente parlava, mentre la Banca mondiale e i suoi programmi mostravano l’incapacità di muovere lo sviluppo, la Cina ha agito. Senza soffermarsi troppo sui particolari (corruzione o non corruzione, democrazia o dittatura) o sulle beghe interne. Pechino, nei fatti, ha scalzato Washington. Anche se nelle dichiarazioni ufficiali dei suoi leader non si parla mai di competizione tra i due paesi in Africa.

L’incapacità di Bush di aumentare l’influenza americana nel continente rappresenta un altro dei fallimenti della sua politica estera. Il leader americano s’è guardato bene dal visitare il Kenya, paese che per anni ha giocato un ruolo strategico nelle relazioni con gli Usa e nella lotta al terrorismo, ma dilaniato, nei giorni della sua visita africana, da un conflitto inaspettato, nato sulle ceneri di una contestata elezione presidenziale. A Nairobi ha inviato Condoleezza Rice, il capo della sua diplomazia.

Bush non è andato neppure in Sudafrica, potenza economica e guida del continente, o in Nigeria, maggior fornitore di petrolio agli Usa e per lungo tempo suo alleato strettissimo, né tanto meno in Angola, altro grande produttore di greggio, che ha stabilito relazioni preferenziali con Pechino. Non ha visitato l’Rd Congo e l’Uganda, ricche di materie prime. Il fatto che non sia stato invitato da nessuno di questi paesi evidenzia la distanza che separa questi governi dalla politica estera Usa. Il gelo nasce dal tanto contestato piano Africom, ritenuto da numerosi leader africani un vero e proprio modo sotterraneo per ristabilire una sorta di potere coloniale in Africa. Piano, non a caso, ridimensionato dalla Casa Bianca.

In definitiva, la visita di Bush non è servita a limitare la crescita dell’influenza cinese in Africa, mentre il fallimento del programma Africom pone Washington in un vicolo cieco. Nell’incapacità di aumentare la propria influenza nel continente con la forza militare e in assenza di soluzioni diplomatiche o di colonialismo economico di cui non ha più la leadership, il colosso americano non sembra avere interessanti prospettive nel continente. Un fatto difficile da accettare per una superpotenza che non ha più gli strumenti per convincere neppure i paesi in via di sviluppo.