Centrafrica

Un appello alla “comunità internazionale” affinché spinga i gruppi ribelli a cessare le violenze e ponga allo stesso tempo fine all’embargo Onu delle armi, fornendo così nuovi strumenti al governo “costituzionale” di Bangui, è contenuto in un messaggio diffuso dai vescovi della Repubblica Centrafricana.

Nel testo si parla di “un paese in pericolo”, nel quale lo stato è “solo formalmente presente” al di fuori della capitale. “I ribelli hanno mutato i connotati demografici a Kouango, Ippy, Bokolobo, Mbres, Botto, Batangafo, Alindao, Nzacko, Bakouma, Ze’mio, Mboki e Obo” denunciano i vescovi, in riferimento all’occupazione di centri abitati in diverse regioni.

La tesi è che ad aggravare la situazione sia l’inadeguatezza della risposta di alcuni contingenti della missione di pace delle Nazioni Unite, in particolare quelli marocchini nell’est, quelli pachistani a Batangafo e quelli mauritani ad Alindao. C’è poi il nodo della “porosità” delle frontiere, denunciano i vescovi: “Constatiamo la presenza di molti mercenari provenienti da Ciad, Sudan, Camerun, Niger e Uganda che seminano il terrore“.

Poi l’appello per la revoca delle sanzioni imposte dalle Nazioni Unite, in vigore dal 2013, l’anno dell’ingresso dei ribelli della seleka a Bangui e della destituzione di Francois Bozizé. Secondo i vescovi, con le elezioni del 2015 e l’entrata in carica del presidente Faustin Archange-Touaderà nel 2016 “la Repubblica Centrafricana ha ritrovato l’ordine costituzionale”. Allora, si legge nel messaggio, “l’embargo delle armi non favorisce i gruppi armati che continuano a seminare terrore e desolazione sfidando l’autorità dello Stato?” E ancora, in riferimento ai programmi di cooperazione internazionale con Bangui, i prelati si chiedono come sia possibile “formare le forze di difesa e sicurezza senza fornire i mezzi adeguati perché espletino la loro missione”. Lo scorso anno in deroga all’embargo la Francia e la Russia hanno inviato armi ed equipaggiamento militare. (Dire / Fides)