Campo di sfollati in Centrafrica

Gli sfollati in Repubblica Centrafricana sono quasi un terzo della popolazione, che significa 1,5 milioni di abitanti, dopo che altri 210mila si sono aggiunti in seguito all’escalation delle tensioni per la presa del potere da parte della Coalizione dei patrioti per il cambiamento (Cpc), sostenuta dall’ex presidente François Bozizé, estromesso dalla corsa alle presidenziali lo scorso 3 dicembre. Elezioni che hanno riconfermato il presidente uscente Faustin-Archange Touadéra.

E’ quanto emerge dal rapporto del direttore del Norwegian refugee council (Nrc), David Manan, che sottolinea: “Il numero degli sfollati non è mai stato così elevato dal culmine del conflitto nel 2013-2014”. Anche perché alle violenze, che hanno raggiunto le principali città dell’ovest, centro e sud-est del Paese, si assomma il ritardo degli aiuti umanitari in cibo e medicine, dovuto a due mesi di assedio sull’asse Bangui-Garoua Boulai, da parte della Cpc.

Secondo l’Alto commissariato Onu per i rifugiati (Unhcr), dalla scorsa metà di dicembre, quando ha avuto inizio la ribellione della Cpc, 109mila sarebbero le persone che hanno abbandonato la Repubblica Centrafricana per cercare protezione presso Paesi confinanti, quali Repubblica democratica del Congo, Camerun, Ciad, Repubblica del Congo.

E altri 100mila sarebbero gli sfollati interni, secondo l’Ufficio Onu per il coordinamento degli affari umanitari (Ocha), principalmente concentrati in città quali Bouar, Bangassou, Dekoa, Bouca, Ndomete, Grimari e la periferia di Bangui, in stato di urgente bisogno di cibo, acqua, riparo, servizi sanitari e igienici.

A causa dell’interminabile crisi politico-militare centrafricana, che perdura ormai da oltre due decenni, 700mila sarebbero gli sfollati interni, a cui si aggiungono altri 700mila rifugiati presso i Paesi vicini. Cifre enormi se si pensa che in un Paese grande due volte l’Italia, gli abitanti non raggiungono i 5 milioni. Che si trovano a vivere in condizioni umanitarie sempre più deplorevoli a causa della crescente insicurezza che ha costretto molte organizzazioni umanitarie a chiudere i battenti per riparare su Bangui.

Operatori umanitari nel mirino

Ripetuti sono stati infatti gli attacchi contro operatori umanitari dal 15 dicembre 2020. 41 gli incidenti registrati, tra cui un operatore ucciso, quattro feriti e trentacinque i furti sul campo.

Se da una parte l’insicurezza legata al conflitto armato ostacola molte organizzazioni umanitarie a venire in soccorso alla popolazione – più di metà della quale, circa 2,8 milioni di persone, dipende da aiuti umanitari per sopravvivere -, dall’altra ritarda l’arrivo degli aiuti via terra dal Camerun, a causa del blocco dell’asse strategico che collega Bangui a Douala, tenuto in ostaggio per quasi due mesi dalla Cpc. I prezzi delle derrate alimentari importate sono aumentati del 240%, mentre quelli locali sono cresciuti fino al 44%.

Ma continua David Manan nel suo rapporto, sono i giovani centrafricani a pagare il tributo più alto della crisi: “I bambini e i giovani sono sempre più esposti al reclutamento nelle file dei gruppi armati, per circa 30 euro. Molti di loro porteranno le cicatrici di quello che hanno vissuto per tutta la loro vita”.

Se da una parte il direttore del Ncr deplora la maniera con cui la comunità internazionale non ha saputo proteggere questi giovani e offrendo loro opportunità diverse per il futuro, dall’altra lancia un vibrante appello a tutte le parti in conflitto perché permettano la circolazione degli aiuti umanitari e la protezione della popolazione, prevenendo ulteriori sofferenze.

Appelli inascoltati

Ma queste non sono solo cifre, sono soprattutto persone. Nel suo reportage sulla drammatica crisi umanitaria in Repubblica Centrafricana, Steve Rolf Domia Leu Bohoula, giornalista di Radio Ndeke Luka, ha raccolto per Nigrizia alcune voci degli sfollati (in lingua francese) in varie parti del Paese. Ne riportiamo alcune.

Accolti nella chiesa di Gobongo 2, a nord di Bangui, hanno trovato rifugio quasi mille sfollati: uomini, donne e bambini. Queste persone provengono dai villaggi di Yassara-Yassinda, Vodambala, Nguito-source, Bangui-Kpoka, Gbogboro. Devono tutti affrontare enormi sfide sanitarie e alimentari. Uno di loro dice: «E’ veramente deplorevole. I bambini e le donne vivono in condizioni molto precarie. Non hanno stuoie per coricarsi, acqua per lavarsi, qualcosa da mettere sotto i denti. Non ci sono farmaci».

C’è una donna il cui marito è stato ucciso lo scorso 19 gennaio dai ribelli della Cpc mentre si recava ai campi. Oggi vive presso il sito degli sfollati con cinque bambini e sei nipoti a suo carico. Ha perso tutto e fa appello al governo e alle organizzazioni umanitarie per un intervento urgente. «Sono vedova e non ho alcun aiuto. Chiedo al governo di aiutarci, poiché non abbiamo neppure abiti per cambiarci».

Anche un’altra donna, vittima di abuso sessuale, racconta: «Ci siamo svegliate una mattina con i ribelli che hanno invaso il nostro villaggio. Ci hanno depredato di tutto e molte di noi sono state violate. Chiedo al governo di aiutarci». Il numero degli sfollati aumenta di giorno in giorno e le loro condizioni di vita diventano sempre più difficili. Fino a questo momento non hanno ricevuto alcun tipo di assistenza.

A Bozoum, nel nord-ovest del Paese, l’incursione del gruppo armato 3R di alcuni giorni fa, mette in allarme la popolazione. I ribelli sparano in aria, mettendo in fuga la popolazione. «Pensavamo si trattasse di un attacco armato», ha riferito un abitante raggiunto al telefono. «Si è trattato invece di detonazioni, sotto l’effetto della collera degli elementi 3R». I ribelli della Cpc sarebbero penetrati massivamente nella città di Bozoum per richiedere il pizzo ai commercianti: 5mila franchi ciascuno. Senza precisare il perché.

Il panico regna sovrano nella città di Bozoum. Molti si rifugiano nella savana presso i siti degli sfollati, facendo appello al governo di schierare le forze armate centrafricane (Faca) per assicurare la loro sicurezza. La missione di interposizione Onu Minusca, pur presente nella città, sembra infatti limitarsi ad essere spettatore indolente di fronte ai soprusi dei ribelli sulla popolazione civile.

Gli assalitori si nutrono degli animali, della manioca e di altri prodotti coltivati dagli abitanti del villaggio, lasciandoli stretti nella morsa della fame. Molte strade sono ancora bloccate, le donne partoriscono nei campi senza alcuna assistenza, la gente non riesce ad intraprendere le proprie attività agricole che diano loro sostentamento, testimoniano ancora gli abitanti della regione.

In questo contesto inquietante lo stato di emergenza, promulgato inizialmente per due settimane lo scorso 21 gennaio ed esteso per ulteriori 6 mesi, e il coprifuoco, attivo dalle 18 alle 5 dallo scorso 13 gennaio, mettono ancora più in difficoltà le operazioni delle organizzazioni umanitarie a favore della popolazione, stretta tra la morsa dei ribelli e quella della fame e delle malattie. In quella che è una delle più grandi e ignorate crisi umanitarie del mondo.