Sfollati rifugiatisi in una chiesa cattolica a Bouar (Credit: Nigrizia)

«A parte la capitale Bangui e qualche altra città, il resto del paese è in mano ai ribelli», rivela a Nigrizia una fonte locale, mantenuta anonima per ragioni di sicurezza. La Repubblica Centrafricana, reduce dalle elezioni presidenziali e legislative del 27 dicembre, a cui ha partecipato solo un terzo della popolazione, affonda sempre più nel caos.

Undici dei sedici candidati presidenti hanno presentato ricorso alla Corte costituzionale per irregolarità, mancanza di trasparenza e intere zone private di seggi (29 sottoprefetture su 71 non hanno votato) chiedendo l’annullamento del voto. Il verdetto arriverà soltanto il 19 gennaio prossimo, ribellione permettendo.

Infatti il cartello della Cpc, la Coalizione per il cambiamento, che riunisce sei gruppi ribelli di diverse estrazioni, al soldo anche di potenze straniere, avanza regolarmente in tutto il territorio nazionale, spinta dal sostegno dell’ex-presidente Francois Bozizé, escluso dalla partita elettorale.

L’ex delfino di Parigi, per assicurare la mano dell’Eliseo su diamanti, petrolio e altre risorse preziose, sta facendo un gioco sporco sulla pelle del popolo centrafricano. «Molte famiglie trovano rifugio nelle chiese e nei conventi» rivela la fonte.

Sono già circa 60mila gli sfollati interni e molti hanno trovato riparo nella foresta dove vivono di quello che offre la natura e dormono a terra. Oltre 30mila sono invece i rifugiati nei paesi vicini: tra loro circa 10mila hanno guadato il fiume che attraversa la città di Bangassou, nella parte orientale del paese, per dirigersi nella Repubblica democratica del Congo.

 «La città è caduta sotto il controllo dei ribelli domenica 3 gennaio dopo un lungo scontro a fuoco tra duecento ribelli al soldo del signore della guerra Ali Daras, di origine nigeriana, e le forze centrafricane, forti di solo sessanta unità armate dalla compagnia russa Wagner» afferma a Nigrizia il vescovo di Bangassou Juan José Aguirre Muñoz.

«Del resto – aggiunge – già controllavano tutta la regione, riuniti in sei gruppi armati». Questo nonostante l’embargo sulle armi nel paese, che evidentemente fa acqua da tutte le parti. Diverse organizzazioni umanitarie sono state saccheggiate e così molti negozi di commercianti al dettaglio, tanto che anche il grande mercato della città è stato chiuso.

Oltre duecento persone, tra autorità locali e rappresentanti di organizzazioni umanitarie hanno trovato rifugio presso i soldati marocchini di stanza nella base della Minusca (Missione di interposizione delle Nazioni Unite) i cui blindati pattugliano le strade, cercando di riprendere il controllo della città.

I caschi blu dell’Onu avevano promesso un piano di sicurezza nazionale a tutela del processo elettorale ma sono stati presto travolti dagli eventi delle ultime settimane, peraltro non difficili da prevedere. Gli appetiti sono troppi attorno al tavolo delle risorse del sottosuolo.

Non è consuetudine per la Francia, che controlla l’aeroporto della capitale, uscire dal silenzio per due volte in due settimane, a sostegno del presidente rieletto Faustin-Archange Touadéra con una ferma condanna dei gruppi armati e delle manovre dell’ex alleato Bozizé che mirano a boicottare gli accordi di pace del febbraio 2019 e il processo elettorale costituzionale.

Ma su questo aspetto i giochi di interesse si fanno ingarbugliati: «Sarà proprio un caso che i ribelli abbiano bloccato le votazioni proprio nelle zone nelle quali il presidente Touadéra era più in difficoltà?” si chiede la nostra fonte anonima. La spartizione del paese è dunque in corso attraverso una complessa rete di accordi sottobanco con i ribelli, presenze militari sospette (sono in campo forze russe, francesi, congolesi e rwandesi) e contratti minerari da reimpostare.

Parigi e Mosca fanno la voce grossa e vogliono piazzare la bandierina davanti a tutti. In fila i restanti che si camuffano dietro i gruppi armati. «Una gran parte di questi ribelli fa capo all’etnia nomade Fulani che attraversa il Sahel, dal Mali al Sudan, in cerca di pascolo e che sarebbe alla ricerca di un luogo sicuro in quanto a fonti idriche sempre più scarse. Sarebbero già oltre 80mila i Fulani presenti sul territorio centrafricano» afferma il vescovo Aguirre.

Questa presenza sfida da vicino la convivenza pacifica nel paese, dal momento che i Fulani promuovono un islam piuttosto aggressivo in un territorio tradizionalmente legato a religioni tradizionali e al cristianesimo, e che non parlano una parola della lingua locale, sango, mentre si destreggiano bene con l’arabo.

A fare le spese di questi interessi e scorribande sono sempre i civili che, inermi, assistono al mercato della loro compravendita con i crampi allo stomaco, visto che faticano ad arrivare nel paese gli approvvigionamenti alimentari che normalmente si importavano da oltreconfine.

Da più di dieci giorni è infatti bloccato l’asse stradale principale di collegamento con il Camerun e molti veicoli che trasportavano alimenti e prodotti di prima necessità sono fermi alla frontiera occidentale per ragioni di sicurezza.

Non sorprende allora che, in capitale, i prezzi delle merci siano saliti alle stelle e la popolazione si ritrovi stretta tra la morsa dei ribelli alle porte e quella della fame. Non è un caso che il presidente Touadéra rieletto, secondo i dati ancora provvisori, con il 54% dei voti, abbia decretato giovedì scorso il coprifuoco dalle 20 alle 5 del mattino su tutto il territorio nazionale. E non certo a causa del Covid.

Se la capitale Bangui regge ancora il colpo grazie al sostegno di militari russi, rwandesi e congolesi, vacilla l’importante località di Bouar, a 100 Km dalla frontiera con il Camerun. Zona strategica per i collegamenti con la capitale e per le sue massicce postazioni militari.

Sabato scorso una base dell’esercito centrafricano e una delle Nazioni Unite sono state attaccate nella mattinata dai ribelli della Cpc che si sono scontrati con le forze armate centrafricane e quelle della Minusca per lunghe ore prima di desistere. I ribelli si sono così dileguati tra la popolazione locale in attesa di rinforzi, lasciando sul terreno 7 morti, tra cui 2 soldati centrafricani, e diversi feriti.

Gli abitanti della città, presi dal panico, sono fuggiti nella foresta e nei luoghi più sicuri in cerca di protezione: oltre 5mila persone si sono riversate nelle chiese, compresa la cattedrale, che ne ospita 1.200, e nel seminario. Ma le loro condizioni sono precarie perché manca cibo in città e la soluzione per un ritorno alla calma è ancora lontana.

In diverse altre località centrafricane continuano gli scontri armati, i disordini e il terrore della popolazione. Mentre si fa più fitta l’ombra dell’assalto finale dei gruppi armati sulla capitale.

Ora le vere domande sono: Quando cadrà? Quali zone spetteranno a russi e francesi? Cosa chiederanno in cambio gli altri attori del caos? La balcanizzazione della Repubblica Centrafricana in corso d’opera, che ripercorre le tracce odierne di Somalia ed Etiopia, allo sbando nel Corno d’Africa, rischia di passare al tavolo di interminabili negoziati che presto si appresteranno a ridisegnare confini, zone di influenze e accaparramenti di risorse del sottosuolo. La Libia insegna.

 

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