Caschi blu della Minusca (Credit: journalintegration.com)

La Repubblica Centrafricana ha preso la cattiva abitudine di essere in testa ai record negativi. E le elezioni generali dello scorso 27 dicembre confermano il paese in una posizione di vertice delle cose incredibili ma vere.

Una situazione che risale all’inizio della prima elezione di Faustin-Archange Touadéra (2016) quando il presidente, invece di attuare la strategia di mettere in sicurezza il paese, promessa in campagna elettorale, ha cominciato a girare su sé stesso come se non sapesse che cosa fare. Ci ha messo tre mesi per nominare il suo primo ministro.

E i risultati di governo sono stati assai poco brillanti. Tutta questa mediocrità ha dato modo ai gruppi armati – che si erano un po’ “assopiti” in seguito all’accordo raggiunto prima del voto del 2016 con il governo di transizione – si sono riorganizzati e hanno ripreso le ostilità.

Di fronte all’assenza di misure reali per arginare i gruppi armati, la comunità internazionale ha proposto a Touadéra di concludere un accordo politico per la pace e la riconciliazione. E Touadéra ha preso al volo l’occasione, nonostante le riserve di quasi tutte le forze sociali, e nel febbraio 2018 ha firmato un accordo a Bangui. Tale accordo dà piena fiducia ai gruppi armati, definiti partner per la pace. E i loro rappresentanti – tra questi dei mercenari stranieri – ottengono incarichi di governo e posti di responsabilità nelle istituzioni.

Subito dopo, mentre i centrafricani si attendevano le ricadute positive dell’accordo, i gruppi armati hanno cominciato allegramente a violarlo. Ma non succede nulla. Il tempo passa, la scadenza elettorale del 2020 si avvicina, ma l’insicurezza è sempre di attualità in parecchie regioni. Il governo si rifiuta sia di parlare con fermezza sia di condurre azioni militari per ridurre i gruppi armati nelle condizioni di non nuocere. Anche la missione Onu, Minusca, stampella strategica del governo, eccelle nelle grandi teorie prive risultati.

Tre tappe, due errori

Non poche voci si levano dall’opposizione e dalla società civile per chiedere il rinvio delle elezioni e l’apertura di una concertazione tra le forze vive della nazione così appianare le cose prima del voto. Il governo e la Minusca rifiutano categoricamente questa via e presentano il Piano integrato per mettere in sicurezza le elezioni (Pis).

Parte dunque il processo elettorale. Primo atto, primo errore: la cartografia del paese non è effettuata su tutto il territorio nazionale. Ma si continua come se niente fosse. Seconda tappa, secondo errore: l’iscrizione degli elettori non va a buon fine dappertutto (conseguenza di una cattiva cartografia).

Alcuni elettori avrebbero dovuto fare tra i 10 e i 50 km per iscriversi alle liste elettorali e dunque molti non lo hanno fatto. Risultato: 1,8 milioni di iscritti su una popolazione di 5 milioni di abitanti. In più, nelle liste elettorali di molte circoscrizioni figurano mercenari stranieri. Ma non è considerato un fatto grave e si va avanti malgrado le proteste della società civile.

E arriviamo alla terza tappa: l’aggiustamento elettorale. Attenzione, l’insicurezza causata dai gruppi armati e altre lentezze amministrative creano dei ritardi che non consentono di rispettare i termini temporali previsti dalla Costituzione. Per stare nei tempi è necessario modificare la legge elettorale. Ma questo non è un problema perché il parlamento è malleabile e l’esecutivo ha gioco facile. La legge elettorale viene modificata e questa tappa è da considerarsi riuscita (più o meno).

La variabile Bozizé

A questo punto vengono depositate le candidature per le presidenziali e le legislative. L’Autorità nazionale delle elezioni (Ane) trasferisce il tutto alla Corte costituzionale. Problema: 5 candidature, tra cui quella dell’ex presidente François Bozizé, sono respinte. E ora tutto si complica. Bozizé, che è in campagna elettorale nel centro-nord comincia a stabilire contatti con i gruppi armati. Si moltiplicano gli atti di violenza e si levano di nuovo le voci di coloro che chiedono di rinviare il voto. Ma governo e Minusca non ne vogliono sapere. Il processo elettorale va avanti.

Intanto Bozizé e la coalizione Séléka, che lo aveva cacciato dal potere nel 2013, si coalizzano e formano un nuovo gruppo ribelle: Coalizione patriottica per il cambiamento (Cpc) che moltiplica i focolai di insicurezza. Eppure, per stare nei tempi della Costituzione, la campagna elettorale va avanti. Anche se più della metà dei candidati alle legislative sono bloccati nella capitale Bangui, essendo molte regioni inaccessibili. Il piano del governo (Pis) mostra tutti i suoi limiti.

A pochi giorni dal voto, sei candidati della coalizione dell’opposizione chiedono un rinvio tecnico del voto; altri sette candidati chiedono la stessa cosa rivolgendosi alla Corte costituzionale. Nulla da fare. La Corte costituzionale, sotto pressione esplicita della Minusca, decide che si va avanti, facendo riferimento all’articolo 115 del codice elettorale. Molti candidati che hanno osato fare campagna elettorale fuori della capitale hanno subito gli attacchi dei gruppi armati.

Le percentuali non tornano

E arriviamo al voto del 27 dicembre. Tutto si svolgere regolarmente a Bangui e dintorni. Tuttavia più della metà del paese non partecipa al voto. In alcuni territori si è votato, ma poi i gruppi armati si sono impossessati delle urne e le hanno bruciate. Su 1,8 milioni di iscritti hanno votato 695.010 centrafricani, cioè il 37%. Incredibile ma vero.

In tutti i seggi, i processi verbali non sono stati controfirmati dai rappresentanti dei candidati. Alcune urne sono state stoccate nei locali della Minusca o delle autorità amministrative in attesa dello di spoglio delle schede il giorno seguente. La validità dei risultati lascia molto a desiderare.

E ancora. Mentre la Cpc continua a occupare parte del paese, il presidente le dichiara guerra la notte di San Silvestro e delle truppe russe e rwandesi danno manforte all’esercito nazionale. Ma i ribelli non vengono fermati e prendono possesso di varie città.

Il 4 gennaio sono proclamati i risultati provvisori. Il presidente uscente Touadéra vince al primo turno con il 53,92% dei voti. Altri candidati fanno segnare percentuali molto più basse. Ma, incredibile ma vero, se si sommano le percentuali si arriva al 110,1% invece che al 100%…

Non a caso 10 candidati su 16 alle presidenziali hanno rifiutato i risultati e hanno annunciato di voler ricorrere alla Conte costituzionale. Attendendo il verdetto, previsto per il 19 gennaio, della Corte costituzionale, sull’esito delle presidenziali e sui ricorsi, il paese trattiene il fiato.

Ci sono voci che danno per imminente la conquista di Bangui da parte dei ribelli e alcuni abitanti della capitale si sono rifugiati nella Repubblica democratica del Congo. Intanto i governo ha imposto il coprifuoco nella capitale.

Incredibile ma vero, queste elezioni hanno portato più problemi che soluzioni.